Ascesa e caduta di un ragazzo che capiva le donne più di quanto capisse se stesso, ovvero: “Istruzioni per perdere ogni tipo di credibilità in breve, brevissimo tempo…”

 
 
Scrivevo soap opera, e allora?

Tutte le volte che lo dicevo a qualcuno, quello si metteva a ridere.  E vi assicuro che ci sono diversi tipi di risata. Per esempio, c’è la risata del discreto, quella dell’incontenibile, e poi quella dell’irriverente.

Il discreto ti dice: «Ah, interessante!» Nel frattempo però puoi notare gli angoli della bocca che si alzano lentamente e gli occhi che cercano di fissarti, come se gli importasse ciò di cui continui a parlare. In realtà, quello è rimasto bloccato all’idea di te alle prese con la scrittura del settimo matrimonio del personaggio principale o dello scambio di figlio avvenuto nell’incubatrice. Il tipo discreto fa una fatica bestiale, ma alla fine riesce a frenare la sua risata senza farla scoppiare in modo palese. Poi c’è il tipo incontenibile. Lui proprio non ce la fa a stoppare il riso incipiente. Soffia col naso ed emette delle simil-pernacchie con la bocca. Cerca di riprendersi pensando a tutt’altra cosa, ad esempio ai duelli tra candidati di fazioni opposte, in vista delle elezioni politiche. L’incontenibile, di sua iniziativa, appena riesce a calmare la risata, devia totalmente l’argomento della conversazione, così da non incappare di nuovo nel pericolo di riderti in faccia. Infine, il tipo irriverente. Quest’ultimo è il tipo più difficile da affrontare. Il suo obiettivo è quello di deriderti pubblicamente. Ti suggerisce finali paradossali per il prossimo episodio, che poi si avvicinano incredibilmente a quelli che vedete in tv. L’irriverente è quello al quale scendono i lacrimosi quando gli dici che in fondo si tratta di un lavoro stimolante. Ti mette una mano sulla spalla, dicendo: «Ok, ci credo.» Te lo dice ridendo come se tu gli avessi raccontato l’ultima barzelletta sui carabinieri. Ma questo succedeva prima. Adesso mi occupo di… Beh, ve lo racconterò, ma forse è meglio andare per gradi. Partiamo dall’inizio.

Allora, me ne stavo tranquillo tranquillo a inserire colpi di scena nelle mie sceneggiature. Avevo messo da parte una certa cifra, che mi consentiva di affittare un appartamentino di tutto rispetto in una buona zona di Milano. Federica, la mia ragazza da ormai quasi sette anni, veniva a trovarmi da Firenze ogni due week-end. La distanza non aveva affatto intaccato il nostro rapporto. Gli altri fine settimana ero io che tornavo a casa, così potevo vedere pure i miei. E qui mi devo soffermare sulla mia famiglia. Farò un breve excursus.

Comincio da mio nonno. Novantatre anni suonati e nessuna voglia di andarsene. Saverio Pasquini, detto “Il Russo”. Esponente del partito comunista a partire dal 1932, glorioso soldato nella seconda guerra mondiale e fedelissimo all’A.N.P.I. dall’anno della sua fondazione. Per la cronaca, A.N.P.I. significa: Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Il Russo è così orgoglioso di aver fatto parte della resistenza che se ne sta tutto il giorno affossato sul divano a riguardare le sue vecchie videocassette sui bei tempi andati. «Sennò me lo dimentico», dice il nonno.

Poi c’è mio padre, Ernesto Pasquini, detto “Martello”. Il nome e il soprannome sono chiari riferimenti a idoli e simboli di un’epoca. Ernesto è stato iscritto al partito comunista italiano per ventisette anni, fino al suo scioglimento, avvenuto nel 1991. Dopo quella data il Martello ebbe un mancamento che durò alcuni mesi e durante il quale staccò ad una ad una le gigantografie delle sue divinità dalle pareti. Solo una rimase, e domina ancora oggi sulla parete di fronte al letto. Il megaposter del “Che” è la prima cosa che mio padre vede appena alzato, ancora prima di vedere mia madre. Ah, mia madre, quella santa donna. La ringrazio ogni giorno, perché è stata lei a dissuadere mio padre dall’affibbiarmi un nome atroce come Palmiro o Vladimiro, ovviamente in ricordo a certi personaggi storici di una certa corrente politica. Mia madre, al secolo Giovanna Guareschi, è dotata di una pazienza pari solo a quella di un monaco buddista. Guardate che per sopportare il Martello ce ne vuole di pazienza. È la persona più pacifica del mondo e non l’ho mai vista esplodere. Non so come faccia, a volte l’Ernesto è davvero fastidioso. Lui le ripete sempre le stesse cose e lei rimane imperturbabile.

Quando devono uscire: «Giovanna, sbrigati, si fa tardi.»

Quando lei cucina: «Giovanna, al dente la pasta, mi raccomando.»

Quando lei gli prepara la borsa per il lavoro: «Giovanna, che ce l’hai messo il vino?»

Quando guardano la tv insieme: «Giovanna, se m’addormento svegliami, eh!»

Quando cerca mio fratello: «Giovanna, oh ndov’è Lorenzo?»

Mio fratello Lorenzo. Eh sì, mi tocca parlare pure di lui. Lorenzo è mio fratello maggiore: trentadue anni, due più di me, ma vive ancora con i nostri genitori. E chi lo schioda quello. Io c’ho provato a dirglielo che sarebbe l’ora di lasciare il nido, ma lui sapete che mi ha risposto? «Ma che sei grullo? Non li posso mica abbandonare questi due, come farebbero senza di me?»

E dovrei crederci? A me non me la fai, caro fratello. Pranzo e cena in tavola appena arrivi a casa, panni lavati e stirati, nessun affitto da pagare. Conoscendolo, so che non potrebbe mai rinunciare a tutte queste comodità. E poi, per giunta, non conosco nessuno che sia taccagno come lui. Vi dico solo che, ogni volta che andiamo a mangiare fuori, arriviamo a pagare e lui regolarmente mi propina la scusa che ha dimenticato il portafoglio a casa. Poi mi dice: «Tranquillo, tanto te li ridò.» Sotto casa lui mi scarica perché deve andare in discoteca, ovviamente lista omaggio. Io gli dico che deve salire a prendere il portafoglio, perché non può mica andare in giro senza documenti e senza soldi. Lui mi risponde che alla fine il portafoglio era nel cruscotto, ma guarda un po’. Mi tranquillizza nuovamente: «Ora c’ho fretta, ma poi domani te li rendo.» Ho fatto il conto. Con quello che mi deve restituire ci potrei comprare 28 nani da giardino, oppure 1000 plettri per chitarra o 715 lattine di birra. Meno male che non colleziono nessuna di queste cose.

Il difetto di mio fratello, comunque, non è tanto quello di essere tirchio. Più che altro mi preoccupa la sua visione della vita. Lui paragona tutto al motore delle automobili. Lorenzo fa il meccanico. Di qualsiasi cosa lui parli, la metafora è quella del motore. Sono almeno quindici anni che sento parlare di pistone, cilindro, spinotto, perno, biella e albero. Ammetto che, nonostante le reiterate spiegazioni, ancora io non sia riuscito a capire come possano calzare certi confronti. È che proprio non ce la faccio ad assimilare concetti come l’amore e l’amicizia al funzionamento del motore.

«Allora», mi dice Lorenzo, tirandosi su le maniche, «c’hai presente come è fatto un motore?»

«Ehm… non esattamente», gli rispondo io, tentennante.

«Quante volte devo dirtelo, il motore è importantissimo per capire la vita! Dunque, cominciamo, spero sia l’ultima volta… Fondamentalmente…» E qui ci sarebbe da approfondire, perché mio fratello infarcisce le frasi di avverbi che finiscono con il suffisso “-mente”. Crede che sia sufficiente mettere qua e là un “sostanzialmente”, oppure un “ipoteticamente”, un “tendenzialmente” o appunto un “fondamentalmente”, il suo preferito in assoluto, per sembrare più interessante. E in parte ha ragione. Le persone ti considerano più intelligente se infili nei tuoi discorsi parole inutili ma eleganti, soprattutto se si tratta di persone che incontri per la prima volta. In ogni modo, ritornando al discorso del motore, ahimè, lui parte con il suo avverbio e punta lo sguardo all’infinito come se fosse un filosofo che sta esponendo i suoi arditi pensieri.

«Fondamentalmente, il motore funziona grazie alla pressione che si crea nel cilindro e che agisce sul pistone.»

Pausa. Sta arrivando la prima domanda, me lo sento.

«Sai grazie a cosa si forma questa pressione?»

Non faccio neanche finta di saperlo e taglio subito corto: «No, proprio non lo so.»

«Non ci siamo Mirko, non ci siamo. Questa è una domanda elementare! Se non sai rispondere, come pretendi che io possa andare avanti?»

A parte il fatto che non me ne frega niente di capire come diavolo funzioni un motore, ma la cosa che mi irrita di più è che mio fratello in queste occasioni si comporta come un sapiente professore universitario. E non sia mai che io provi a insegnare qualcosa a lui. «Quelle sì che sono cose inutili», dice convinto. «Non ti servirà mai a niente sapere a memoria una poesia di… che ne so, Leopoldi, ecco.»

«Leopardi…» lo correggo.

«Sì, vabbè, quello… è uguale.»

Ora sta lì che mi guarda e aspetta che io dica qualcosa riguardo alla maledetta pressione. Purtroppo devo scuotere la testa in segno di totale ignoranza.

Risposta: «Grazie alla combustione, per esempio della benzina.»

«Ah», è l’unica cosa che mi esce dalla bocca.

«Ok, posso andare avanti? Facciamo un primo paragone. Qual è il tuo combustibile?»

«Eh, questa è facile», rispondo io. «Di sicuro il cibo!»

«Ma allora lo fai apposta! Io non parlo di cose materiali, ma di cose simboliche. Certo il cibo è importante, ti dà energia, ma il vero motivo per cui ci muoviamo è che tendiamo verso degli obiettivi.»

«Obiettivi… Quindi sarebbero quelli la mia benzina?»

«La tua, e quella di tutti. Possiamo continuare, adesso?»

«Sì, professore», rispondo io.

«Il pistone scorre lungo il cilindro spingendo la biella, che a sua volta è collegata alla manovella.»

Altra pausa. Ho paura, ho seriamente paura.

«Che cos’è la manovella?»

Scuoto nuovamente la testa.

«Lo sapevo», dice lui. «Questo è un concetto basilare, stammi bene a sentire… La manovella è una protuberanza dell’albero motore…»

Alzo la mano e lo interrompo: «Mi sono perso.»

«Devi impegnarti. Quando lo capirai, vedrai che affronterai tutto in modo diverso.»

Mi rispiega il concetto, con evidente scocciatura in seguito alla mia assoluta mancanza di comprensione. Io faccio finta che adesso è tutto chiaro e gli dico di proseguire. Ma ecco ancora una pausa. Tremo.

«L’albero motore, sotto l’azione della biella, a questo punto cosa fa?»

Scuoto la testa per la terza volta.

«Ruota, dannazione, ruota! Il movimento rotatorio, capisci?»

«Ah… sì, adesso ho capito!» affermo io come se mi fosse arrivata l’illuminazione della vita. Ovviamente sto simulando in modo spudorato.

«La massa ruota perché viene applicata una forza. Ed è qui che volevo giungere! Il concetto che ti sto per esporre adesso è semplicissimo, ci puoi arrivare anche te.»

Mio fratello certe volte mi tratta come un deficiente. Che significa “ci puoi arrivare anche te”? Non sono io quello che ha preso una laurea in lettere con il massimo dei voti? Certo, a sentirlo parlare quando spiega il funzionamento del motore, sembra un genio, ma vi assicuro che è l’unica cosa che sa. Provate a chiedergli il capoluogo di regione del Friuli Venezia Giulia o in che anno è avvenuta l’Unità d’Italia. Domande semplici, ma lui non sa rispondere. Il bello è che quando gli chiedi una cosa che non sa, lui riesce sempre a cavarsela. «Mi vibra il cellulare, scusa», mi dice.

Comunque, siamo giunti al momento in cui deve rispiegarmi di nuovo il concetto di “Momento di una coppia”, lo so, lo vedo dal suo sguardo.

«Allora, ti ricordi cos’è il momento di una coppia?»

Appunto. «All’incirca», rispondo io, muovendo la mano.

«Ma perché non ti applichi? Eppure sei anche un ragazzo intelligente.»

“Questo lo dicevano sempre a scuola, Lorenzo. Non l’hai partorita te questa frase, eh, eh…” penso io. Intanto lui mi vede distratto e richiama la mia attenzione schioccando le dita.

«D’accordo, te lo ripeto. Una coppia è l’insieme di forze opposte che agiscono su due punti di una massa.»

Riecco una pausa. Panico.

«E qual è l’azione che produce la coppia?»

Trattengo a stento una lacrimuccia che mi sta per scendere dall’occhio destro e scuoto per l’ennesima volta la testa con rassegnazione.

«Non ho parole, Mirko, non ho parole! L’azione è di far ruotare la massa, è ovvio!»

Finiamo sempre lì. Ma ancora non riesco ad afferrare le assonanze tra questo maledetto movimento rotatorio e i problemi della vita. Non so, sarà colpa mia.

«Va bene, per oggi può bastare», dice lui.

«Eh no, adesso mi spieghi il nesso», rispondo io.

«Se ancora non hai capito questi concetti chiave, non posso andare oltre, mi dispiace.» E se ne va.

Io rimango lì imbambolato, riflettendo sul movimento rotatorio. E per fortuna che non mi ha parlato della valvola di aspirazione, del monoblocco e della testata, altrimenti avrei dovuto prendere una pillola per il mal di testa.

Il motivo per cui mi sono soffermato così tanto su mio fratello Lorenzo e sulle sue personalissime teorie è il fatto che si tratta del principale responsabile della mia attuale situazione.

Insomma, veniamo al fattaccio. Come dicevo, ero calmo e beato a scrivere le puntate per la soap. C’era la Giovanna che ogni tanto mi forniva qualche sfavillante colpo di scena. Ecco un esempio di una conversazione telefonica tra me e mia madre.

«Mamma, ti viene in mente niente?»

«Ritorno a sorpresa di un personaggio che sembrava morto!» afferma lei, urlandolo.

Risposta: «Già fatto, puntata n° 427.»

Ci riprova: «Si scopre una seconda vita, del tutto insospettabile, di uno dei personaggi chiave. Non so, ad esempio un’altra famiglia da qualche parte nel mondo.»

Risposta: «Ah, quello. No, già fatto nella puntata n° 238. Il mio problema, mamma, è che devo far sparire Rita Aldofranceschi, perché ormai non ha più mordente, capisci?»

«Allora incidente stradale», afferma lei, sicura.

Risposta: «Troppo banale. E poi è già successo a Mauro Calamaretti, puntata n° 692.»

«Ok, ci sono. Muore per una grave malattia. Il marito però si innamorerà della dottoressa dell’ospedale! Ecco che subentra un nuovo personaggio.»

«Oddio, sì. Geniale! Mamma, sei grande. Non fa una piega questo sviluppo della storia.»

Quando si tratta di soap opera, le casalinghe sono un vero portento. Sono in grado di anticiparti gli eventi delle prossime sessanta puntate, ma soprattutto sono in grado di partorire idee fantastiche alle quali tu non arriveresti mai da solo. Sono arrivato perciò alla conclusione che le casalinghe devono avere una parte di corteccia cerebrale adibita soltanto alla riflessione e all’elaborazione di intrecci narrativi per soap opera, non c’è altra spiegazione.

Quindi mia madre mi aveva fornito ancora una volta un’idea prodigiosa per risolvere le esigenze della produzione. Per il resto, la vita proseguiva serenamente. Il rapporto con Federica, come dicevo prima, era rimasto stabile e non si erano presentate particolari incomprensioni, fino a quel momento. Poi ecco l’inizio dei problemi.

Stavo appunto scrivendo di Rita Aldofranceschi che contrae la febbre gialla emorragica durante un viaggio di lavoro nella Guyana Francese, quando d’un tratto sento squillare il cellulare. Il numero non lo conosco.

«Pronto?»

«Sì, il Signor Pasquini?»

«Sì, sono io. Chi è che parla?»

«La chiamo dalla redazione di “Amore per sempre”, abbiamo ricevuto la sua lettera e vorremmo invitarla in trasmissione.»

«Amore per sempre? Ma ne è sicura?»

«Beh, certo. Ma è lei Mirko Pasquini, oppure no?»

«Sì, sono io, però non…»

«Non si preoccupi, molte persone fanno così.»

«Così… come?» chiesi io, stupito.

«Come lei. Ci scrivono lettere dove rivelano il proprio essere e confessano le cose più segrete di sé. Capisco, magari è uno sfogo. Poi, però, quando le chiamiamo, molte negano tutto. La prego non faccia così, non si vergogni dei propri sentimenti.»

«Ma io, veramente… guardi che si sbaglia.»

«No, altroché. Lei sarebbe un ottimo ospite, potrebbe esprimere la sua personale opinione riguardo ai nostri interessantissimi temi.»

Silenzio. Continuavo a pensare a come diavolo fossero arrivati a me; con tutta probabilità c’era stato un equivoco. Però era proprio il mio nome quello che avevano pronunciato. Per giunta avevo riconosciuto immediatamente quella frase come una formula standard per convincere gli indecisi ad accettare. E poi, quali “interessantissimi temi?” Si parla sempre delle stesse cose in questi programmi.

Non trovavo le parole per rispondere, e nel frattempo mi balenava in testa l’idea che magari avrei potuto trovare qualche spunto brillante per le mie sceneggiature frequentando l’ambiente di un talk show, anche per un solo pomeriggio. D’altronde lì dentro puoi incontrare davvero di tutto. Più cercavo di scacciarla e più quell’idea si faceva insistente.

«Pronto, è ancora lì, signor Pasquini?»

«Eh… sì, ci sono.»

«Che mi dice allora?»

Questa era una delle tipiche occasioni in cui dovevo decidere in fretta e sapevo già che mi sarei pentito della risposta, qualsiasi fosse stata. “Pensaci bene”, ripetei tra me e me. La mia coscienza mi diceva che non c’era motivo per accettare, d’altra parte la lettera non l’avevo mica scritta io. La mia saggia coscienza me lo ripeteva. La voce al telefono invece mi metteva fretta.

«Accetta?»

“Rispondi, presto rispondi”, mi dissi. Stavo sudando. Stavo grondando, per l’esattezza. La mia coscienza non diceva più niente. Forse tutto quel sudore l’aveva mandata in tilt.

«Ok, accetto!» Non potevo fare a meno di pensare: “Voi e la vostra dannata formula standard, mi avete convinto”. È bastato un piccolo artificio e mi hanno fregato. Come quando vedo qualcosa che costa 9 euro e 90, oppure 99 e 90. So benissimo che mancano solo dieci centesimi per arrivare a fare cifra tonda, ma sono proprio quei dieci centesimi che mi hanno già convinto a fare l’acquisto. Maledetta soglia psicologica!

Ero lì, ancora con il cellulare all’orecchio. Avevo appena detto: «Accetto.» Sì, erano parole uscite dalla mia bocca.

La ragazza della redazione mi istruì su orari e luoghi e si congratulò con me per la scelta. Poi disse qualcosa che non fece altro che peggiorare il mio stato confusionale. «Mi raccomando, l’invito è valido anche per la sua ragazza.» Detta quella frase, mi congedò con un classico “Arrivederci e grazie”.

Rimasi intontito, con il telefono in mano, senza rendermi conto di ciò che avevo fatto. Poi mi gettai sul letto come se avessi appena finito la maratona di New York. Avevo accettato di essere l’ospite di una trasmissione televisiva in cui vince chi urla di più. Avevo accettato senza sapere cosa c’era scritto in quella misteriosa lettera. Avevo accettato senza avere la minima voglia di accettare.

Una sola domanda mi risuonò in testa per tutto il resto del giorno. Stavo lì sul letto con gli occhi sbarrati a fissare il soffitto e scorrevo i nomi nella mente. Sospetto: cerchiare. Non sospetto: barrare. Avevo ristretto il numero dei sospettati ed erano rimasti due soli nomi. Mi sentivo molto Derrick. No, Derrick no, quello è troppo serio. Colombo. No, quello è troppo pignolo. Kojak. No, neanche lui va bene, è troppo… pelato. Comunque mi sentivo in vena di scoprire qualcosa. Due persone: mamma e Federica. Chi di loro mi aveva giocato questo brutto scherzo? E perché?

Di certo mia madre ci passava i pomeriggi a guardare quel programma. Veniva subito dopo la mia soap. Mentre riordinava o stirava si metteva ad ascoltare grottesche storie di litigi e riconciliazioni, e non poteva fare a meno di schierarsi da una parte. Tra il pubblico c’erano i sostenitori dell’amore per sempre e coloro che invece parteggiavano per una scappatella ogni tanto a rafforzare la passione e la stabilità della coppia. Era una vera battaglia; solo se avevi un tono di voce simile a un ruggito potevi spuntarla. Io non mi ci vedevo affatto in mezzo a quella giungla, zitto zitto a subire gli insulti di accaniti membri del pubblico parlante. Però avevo accettato.

Per quanto riguarda Federica, mi ricordai che una volta avevamo discusso in modo animato sulla veridicità di certe trasmissioni. Io sostenevo che gli ospiti recitassero un copione, lei al contrario affermava che sì, erano persone in cerca di notorietà, ma che le loro storie fossero vere.

La prima cosa che feci fu quella di chiamare mia madre. Cercai di indagare attraverso domande esplorative non dirette, del tipo: «Faresti mai niente che riguarda me, a mia insaputa?» oppure «Mi vedresti bene in tv, mamma?» Domande sconnesse tra loro, insomma. Dalle risposte non saltò fuori nulla di rilevante. Se era stata lei, sapeva nasconderlo benissimo.

Passai quindi a interrogare la mia ragazza. Federica è abbastanza arguta, devo dire. E non è che ci andò tanto per il sottile, quando capì che avevo dubitato di lei. Per concludere la sua sfuriata, pensò bene di riattaccarmi il telefono in faccia. Io rimasi lì ancora una volta rincretinito, con il cellulare in mano. Stavolta mi sembrava di aver fatto la maratona di New York e poi di aver trascinato per altrettanti chilometri un tir a sedici ruote. Ero sudato e debilitato. Quando sono teso poi sudo in maniera spropositata, non ci posso fare niente.

Mi gettai ancora sul letto a rifissare lo stesso anonimo, insulso, bianchissimo punto del soffitto. Non fecero neanche in tempo a venirmi i sensi di colpa che il cellulare squillò. Terrore. Ormai avevo appurato che dal telefono provenivano solo guai. Chiamavano da casa mia.

«Pronto, mamma?»

«No, sono io», mi disse Lorenzo.

«Che c’è?»

«Come, che c’è? Ho smontato dal lavoro e ho trovato mamma che piangeva accanto al telefono. Dice che è preoccupata per te, perché le hai fatto un sacco di domande strane. Si è impaurita.»

«Non mi sembrava di averle chiesto chissà che. E poi, impaurita per cosa?»

«Che fai, il finto tonto?»

«No, ti assicuro che non ho capito.»

«Non lo fare Mirko, ti prego non lo fare.»

«Fare… cosa?»

«Sei giovane, hai ancora una vita davanti. Certo, il motore inizia ad avvertire i primi fastidi, magari alcuni pezzi sarebbero da cambiare, però tutto sommato è in buone condizioni.»

«Che diavolo stai farneticando? Cosa c’entra adesso il motore? Ritorna al discorso di prima.»

«Sì, insomma, non farlo... Non ti suicidare! E poi hai pensato al nonno, al babbo, alla tua ragazza e… alla Fiorentina?»

«Come, alla Fiorentina? Io non sopporto il calcio, lo sai benissimo.»

«Sì, ma io ti ho iscritto al Fan Club a tua insaputa...»

«Eh? Beh… lascia stare, chi se ne frega della Fiorentina! Ritorniamo indietro, ho capito bene, hai detto “suicidare”?»

«Ecco, lo sapevo. Quando uno lo pronuncia, poi il passo è breve.»

«Basta, stai delirando, Lorenzo! Io non ho assolutamente intenzione di suicidarmi, ho chiesto solo a mamma se mi avrebbe visto bene in televisione e se avrebbe mai fatto qualcosa riguardo a me senza prima dirmelo.»

«Appunto, fai 2 + 2 e cosa viene fuori? Mamma ti ha fatto qualcosa che tu reputi grave e non ce la fai a sopportarlo, allora ti uccidi per il dolore, così finisci dritto al telegiornale. Tale e quale a Giorgio Maggiorani, puntata n° 380, l’ha detto lei!»

«Certo che pensavo di essere io il creativo in famiglia, e invece… Di’ a mamma che guardi meno soap opera, maledizione!»

«Non è mica colpa sua se ha un figlio che le scrive.»

«Già, questo è vero. D’ora in poi allora niente più morti ammazzati, suicidi, malati o incidenti. Tutti si vorranno bene e non succederà più niente di tragico, ho deciso!»

«Allora non ti vuoi suicidare?»

«Certo che no!»

«Cos’è questa storia della tv? Non mi dire che farai l’attore…»

«Ma quale attore! Stavo solo cercando di capire chi fosse stato a mandare una lettera fingendo di essere me a quel cavolo di programma, quello in cui discutono sull’amore e roba del genere, com’è che si chiama…»

«Ah, quello! Capisco, stai parlando di “Amore per sempre”.»

«Sì, esatto, “Amore per sempre”. Che fai, lo guardi?»

«No, è che un giorno mentre ero in pausa dal lavoro sono salito qui a casa e c’era mamma che sembrava incollata al divano. Intanto una camicia si stava bruciacchiando sotto al ferro da stiro. Lei continuava a seguire quel programma con un tale interesse che le ho chiesto di che si trattava. Allora mi ha spiegato e quindi…»

«E quindi?»

«Niente…»

«Non dire “niente.” Continua, siamo rimasti a “e quindi…”»

«Mi sembrava curioso… sostanzialmente.»

«Sostanzialmente… un cazzo! Vuoi dirmi cosa hai fatto? Spero che non sia quello che penso io.»

«E va bene, te lo dico, però non è che ti puoi alterare per una cosa del genere, sennò fai come quando si surriscalda il motore, poi rischi di rimanere a piedi…»

«Che diavolo, continua con la storia!»

«Ok. Stavo dicendo che mi sembrava curioso. Supponiamo adesso che io abbia ritenuto mio fratello perfettamente adatto per quel programma televisivo, in quanto sta da quasi sette anni con la stessa ragazza. Chi meglio di lui potrebbe essere un sostenitore dell’amore per sempre? Ipoteticamente, io potrei aver mandato una lettera col suo nome ed essermi proposto per andare in trasmissione.»

«Elimina pure il termine “ipoteticamente”. Ma io mi chiedo: che cosa ti è passato per il cervello? E poi, senza neanche avvertirmi…»

«Ma hai accettato?»

«Ehm… sì, l’ho fatto…»

«Vedi, lo sapevo. Tu ci vuoi andare.»

Eh già, potevo dire quello che volevo, ma in fondo aveva ragione lui. Bastava declinare l’invito e tutto si sarebbe risolto. Ed ero ancora in tempo per farlo, solo che non mi andava. Sarà per l’innata spinta verso la voglia di celebrità, sarà per il fascino del ridicolo, sarà per la curiosità, non lo so, ma in ogni modo là dentro, in quello studio, io ci volevo essere, e dalla parte dei protagonisti. Uno come me, abituato a stare dietro le scene, uno che fa cose per altri senza che magari conoscano il suo volto, uno timido e introverso che diventa rosso se qualcuno lo guarda o gli rivolge la parola; ecco, forse non c’entravo niente con quel programma, ma il punto era che dovevo dimostrare a me stesso di avere il coraggio di stare davanti a una telecamera e di parlare di fronte a milioni di persone. Terapia d’urto, la chiamano. E che terapia d’urto sia!

Passo 1: Sorridere.

Passo 2: Non arrossire.

Passo 3: Non balbettare, se possibile.

Il problema adesso era convincere Federica a venire con me, anzi prima avrei dovuto riappacificarmi con lei e spiegarle come era nata la cosa. Ma ero sicuro che lei avrebbe capito e che alla fine mi avrebbe seguito in trasmissione. Ero più che sicuro, perché io con la Fede c’avevo un rapporto speciale: tanti anni di fidanzamento e mai grandi discussioni, mai gravi incomprensioni, mai tradimenti, scenate o cose simili. Insomma, era la donna della mia vita. Era. Ho detto “era”. E vi spiego.

Federica la chiamai dopo aver sentito mio fratello. Mi rispose in seguito al quinto tentativo. «Ciao, amore», le sussurrai in modo sdolcinato. Mi tuffai nell’arzigogolata spiegazione di come si erano svolti i fatti. Le dissi della lettera inviata da mio fratello, le dissi dell’invito in trasmissione, le dissi della mia decisione di andare, le dissi che doveva venire anche lei. La sentii strana al telefono, parlava a sillabe e con una voce sommessa.

«Se ti sei arrabbiata perché ho dubitato di te, scusami. Ammetto di essere stato un cretino. Scusami tanto, pulcino, non volevo.» Sì, ho detto “pulcino”. Che c’è di male? Non è mica colpa mia se l’amore ti fa dire cose del genere. Almeno non faccio versi del tipo “pucci pucci” o “cicci cicci”.

Lei non rispondeva. La sentii singhiozzare. «Cosa c’è, scoiattolino?» le chiesi con tono amorevole. Sì, ho detto “scoiattolino”. D’accordo, stavo esagerando, ma cercavo solo di risollevarla un po’. E invece, sapete lei che cosa mi rispose?

«Basta!» mi rispose, interrompendo il suo pianto.

Io rimasi allibito. «Basta.. cosa?»

«Non ne posso più di tutti questi nomignoli che mi dai, sono veramente ridicoli! E poi tu sei sempre così…»

«Così… come?» incalzai io.

«Non so… servizievole, accondiscendente, per dirla con parole tue. Per dirla con parole mie, invece direi che sei troppo… buono. Ecco, direi troppo buono. Io non lo sopporto più. Mi sono stufata!»

«Ma amore mio, se il problema è questo guarda che c’è rimedio. Certo potevi dirlo prima, però posso ancora diventare un vero stronzo, se vuoi. Potrei… non so, potrei offenderti con qualche epiteto non molto simpatico, oppure non chiamarti per qualche giorno, oppure…»

«No, basta! Ho detto basta. E poi devi spiegarmi perché usi sempre queste parole. “Epiteto” per esempio, chi è che usa ancora la parola “epiteto”?»

«Va bene, se il problema è il mio vocabolario sappi che io so essere molto più rozzo. Posso usare termini come “rutto” anziché “eruttazione”, “scoreggia” invece di “flatulenza”, oppure “pisciare” al posto di “orinare”. Farò un piccolo sforzo e mi involgarirò, vedrai.»

«Vedi come sei? Tu non devi cambiare. È che io mi sono resa conto che non può più funzionare in questo modo.»

«Come, non può più funzionare? È la distanza, forse?»

«No, quella non c’entra niente. Però non vedendoti tutti i giorni ho capito che non mi mancavi molto. Purtroppo è così.»

Quel “purtroppo” doveva avere l’oneroso compito di risollevarmi dall’effetto della frase precedente. Dopo una rivelazione di quella natura, sfido chiunque a ribattere. Infatti stetti zitto. E lei continuò.

«E poi c’è dell’altro. E forse è la cosa più importante.»

“Ah, non è finita”, pensai. Cosa ci poteva essere di peggio? Rimasi ancora zitto.

«Ho conosciuto un'altra persona.»

Ecco. A quel punto non vedevo l’ora che la conversazione finisse.

«Sono stata  a un grande ricevimento, e lì ho conosciuto lui.»

Mi scappò un involontario ma inevitabile: «Lui… chi?»

«Magari lo conosci, è uno abbastanza famoso.»

«Famoso?»

«Lo so che tu non lo segui il calcio, ma avrai certamente sentito il suo nome.»

Calcio? Aveva detto calcio? Io odio il calcio. Odio la gente che ansima davanti alla tv aspettando un goal, odio la domenica con la sua decina abbondante di programmi dedicati al Dio pallone, odio i calciatori, il loro incessante scialacquare, la loro vita che dire mondana è un eufemismo, i loro sponsorizzati fidanzamenti con le showgirl. E pensare che la domenica quelli di casa mia vanni tutti allo stadio. Tutti patiti per la Fiorentina. A volte ci portano pure la Giovanna. Persino mio nonno va allo stadio. Mio padre e mio fratello gli hanno detto che all’inizio la Fiorentina aveva le maglie rosse, poi per colpa di un lavaggio sbagliato sono diventate viola. Gli hanno detto anche che allo stadio può fare tutti i gesti che vuole, tanto mica gli dicono niente. E questo è vero, però gli hanno detto che può alzare il pugno sinistro. «Solo quando la Fiorentina fa goal», si sono raccomandati, «così si confonde bene tra la folla.»

Tutta la famiglia al completo a tifare la squadra del cuore. Capisco lo spirito sportivo, però vedete, loro sbraitano, sussultano, inveiscono. Soprattutto inveiscono. Contro la squadra avversaria, contro i tifosi della squadra avversaria, contro l’arbitro, contro la propria squadra. Sì, anche contro i giocatori della Fiorentina. È inconcepibile come i tifosi abbiano la memoria corta. Sono capaci di considerare un bidone un calciatore che fino alla partita prima aveva fatto la loro fortuna, sono capaci di esaltarsi per una momentanea vittoria dimenticando tutto e sono altresì capaci di maledire uno ad uno i propri giocatori in caso di sconfitta. La dirigenza non è esclusa. Ci sono parole speciali un po’ per tutti, insomma.

Federica affondò il coltello nella piaga. «È un calciatore della Fiorentina», precisò.

Non lo sentii nemmeno quel nome, perché il cellulare mi cadde a terra frantumandosi in tre o quattro pezzi distinti. Finalmente, quell’atroce mezzo di sventure si era rotto. Io mi gettai come un pinguino sul letto, il mio corpo sembrava in rigor mortis. Era la terza volta che mi buttavo sul letto, quel giorno. Era la terza volta che fissavo lo stesso, identico, anonimo, insulso, bianchissimo punto del soffitto. E ci stetti per qualche ora sul letto a fissare quel punto. Dovevo riflettere sulla mia relazione di quasi sette anni appena conclusa con una telefonata e sul fatto che la persona che stimavo di più al modo adesso se ne stava insieme a un calciatore.

Il resto di quella tremenda giornata fu altrettanto penoso. Cercavo di capire dove avessi sbagliato e cosa sarebbe successo se non mi fossi trasferito a Milano. Tutta colpa del mio lavoro! Ero giunto alla conclusione che fosse quella la causa di tutti i problemi: il mio lavoro. Dopo non so quante ore di continuo rimuginare, riuscii ad addormentarmi e sognai pure. Sognai che facevo l’aiuto meccanico nell’officina di mio fratello. Gli passavo le chiavi inglesi, i cacciaviti e roba simile, mentre lui mi esponeva i suoi parallelismi tra il motore e il senso della vita.

«Per esempio, prendi la tua storia con Federica. È normale che vi siete lasciati, è come per un motore vecchio di qualche anno. Dopo un po’ si consuma la cinghia di distribuzione, le candele vanno sostituite, così come la batteria e i freni. E sette anni mi sembrano più che sufficienti. Diciamo che non avete passato la revisione alla fine del sesto anno, oppure che era ora di rottamare la vettura, diciamo così… D’accordo, lei ha fatto rottamare te, ma che vuoi che sia!»

Poi, d’un tratto, vedo arrivare un’auto rossa fiammante a due posti, sportiva, scappottata, costosissima. Dentro ci vedo, con tanto di sorriso ebete, la faccia di un calciatore che ho visto qualche volta in tv, in compagnia provate a indovinare di chi? Federica. Lei sembra contagiata da quel sorriso innaturale, tant’è che mostra la stessa espressione inebetita. La vedo tutta luccicante nel collo e nelle mani. Indossa dei gioielli che io non mi potrei permettere nemmeno scrivendo soap opera per tre vite consecutive. Lei è sorpresa di vedermi lì.

«Mirko… ma cosa ci fai qui?»

«Ho lasciato il lavoro.»

«E adesso fai… il meccanico?»

«A quanto pare…»

Accenna un sorriso, girandosi verso il suo aitante calciatore. Lui mi dice con tono arrogante che deve fare la revisione.

«Ci penso io», affermo perentorio.

Lorenzo mi guarda storto e mi rimprovera davanti a loro perché dice che non saprei neanche da dove cominciare.

Io insisto. «Ho detto che ci penso io.» Vado nell’angolo degli attrezzi, osservo bene, quindi afferro uno di quei martelli giganteschi, con il manico lungo e la testa pesante parecchi chili. I due piccioncini sono lì che ridacchiano di me e della fine che ho fatto.

«Ridete, ridete…» dico tra me e me. Prendo la rincorsa, sollevo il martellone in aria e inizio a sferrare colpi violenti sul cofano e sul vetro della supermacchina. Il calciatore si mette le mani nei capelli e grida: «Noooooo!» Dopodiché si inginocchia e scoppia a piangere.

Federica mi guarda con ammirazione e sembra anche aver recuperato il suo volto espressivo. Viene verso di me e mi dice: «Così ti voglio, bello bastardo!»

Io emetto una risata rimbombante come quella prodotta dallo spettro cattivo dei film dell’orrore.

A quel punto mi risvegliai. Peccato. Distruggere quella macchina era stata la soddisfazione più grande mai provata. Ed era un sogno.

Mi alzai, sembravo uno zombie. Deambulavo solo perché avevo le gambe, sbadigliavo solo perché avevo la bocca, facevo la pipì solo perché avevo… beh, sapete cosa. Non avevo la minima voglia di fare niente. Però dovevo reagire, in qualche modo. In più, due giorni dopo sarei dovuto andare nello studio televisivo come ospite del programma. Stavo quasi per rinunciare, anche perché ci sarei dovuto andare da solo e mi sarei presentato davanti alle telecamere con una faccia da cane bastonato. Però poteva essere un’occasione per distrarsi un po’ e poi, per dirla con parole di mio fratello, “fuso un motore, se ne fa un altro.” Passai i giorni seguenti a scegliere un vestito adatto, una capigliatura decente e un’espressione da tenere davanti all’obiettivo. Mentre camminavo per casa, incappai con il piede in un pezzo del cellulare. La mia coscienza mi diceva di raccattare da terra quell’aggeggio infernale e di provare a farlo funzionare di nuovo. «Ah, coscienza, non ti ascolto! Dov’eri quando avevo bisogno di te, eh?» Intanto mia madre mi bombardava di chiamate sul telefono di casa.

«Sì, mamma, tutto bene. No, non ho intenzione di suicidarmi.»

Di Federica manco l’ombra. «Ah sì, ti faccio vedere io. Tu e il tuo calciatore. Vado in quella dannata trasmissione e faccio incetta di donne. Incetta? Sì, ho detto incetta. Perché, ti dà fastidio? Incetta, incetta, incetta. E vaffanculo! Sì, l’ho detto, finalmente l’ho detto.» Mentre donavo con tutto cuore quella parolina a Federica, che immaginavo davanti a me, squillò ancora il telefono di casa. Corsi a rispondere. «Mamma? Per piacere non chiamarmi più!»

«Ehm… no, signor Pasquini? Non sono sua madre, chiamo dalla redazione di “Amore per sempre”.»

«Ah, avete anche il mio numero di casa?»

«Sì, era nella lettera anche quello. Abbiamo provato più volte a cercarla sul cellulare, ma risultava sempre irraggiungibile.»

«Dev’essere un problema… di campo. Mi dica pure.»

«Era solo per ricordarle l’appuntamento di oggi pomeriggio per la diretta della puntata.»

«Ehm… non si preoccupi, non mancherò.»

«D’accordo, l’aspettiamo insieme alla sua carissima fidanzata.»

«Come? Ah… sì, ci sarà anche lei, di sicuro.»

«Bene, arrivederci.»

Il vantaggio di un programma in diretta è che puoi irrompere all’improvviso insultando qualcuno o facendo gesti eclatanti. Pensai quindi che potevo sparare a zero su Federica e sul suo nuovo fidanzato “very chic.” Sempre che non mi avessero soppiantato con qualche altro ospite, visto come si era evoluta la mia storia. In caso contrario, avrei potuto fare il voltagabbana, sfruttando l’accaduto e passando dalla parte di coloro che contestano la favoletta dell’amore per sempre, proprio a causa di esperienze personali negative. Indossai il vestito nuovo, mi leccai bene bene la chioma con una manciata abbondante di gelatina fissa e stucca e partii con un’aria alla Humphrey Bogart.

Quando arrivai allo studio, dissi chi ero e mi fecero entrare. Mi spedirono dalla truccatrice e lì lavorarono sulla mia faccia per un po’. Poi venne la fatidica domanda: «Dov’è la sua ragazza, signor Pasquini?» Alcuni di loro mi accerchiarono.

«Ehm… Mah… Sì, sì», fu tutto quello che riuscii a biascicare.

«Sì, sì… cosa?» chiesero loro.

«Volevo dire… no, no.»

«No, no… cosa?» richiesero loro.

«Non c’è», risposta mia, sollevando le spalle.

«Questo lo vediamo. Forse intendeva dire che non verrà?»

«Già… temo di no.»

«Teme o ne è sicuro?»

Sudavo, sudavo in modo copioso. «Direi che ne sono sicuro, ragionevolmente sicuro.»

«E ce lo dice solo adesso?»

«Beh, sa com’è, ha deciso di scaricarmi senza neanche un po’ di preavviso, cosa ci potevo fare?»

«E ora che facciamo?» borbottarono tra di loro. Si appartarono un attimo, confabularono e poi ritornarono da me. Uno del gruppetto mi disse: «Lei doveva essere il nostro ospite odierno tra i sostenitori dell’amore per sempre e invece, proprio grazie a quello che le è successo, noi la dirottiamo dall’altra parte, cioè tra coloro che non lo credono possibile, ok?»

Spettacolare, era proprio quello che volevo. «D’accordo!» gridai soddisfatto.

«Signor Pasquini, ha del risentimento adesso, giusto?»

«Lei non sa quanto», risposi digrignando i denti.

«Ed è quello che ci vuole. Niente è meglio di una situazione vissuta realmente. Ora non ci rimane altro che trovare due persone che sostituiscano lei e la sua ragazza.»

Pensai che avrebbero fatto qualche telefonata, trovando così altri ospiti. Invece no. «Franco!» gridò quello.

«Che c’è?» rispose il tal Franco.

«Guarda nel pubblico e scegli due persone, un ragazzo e una ragazza. Devono essere una bella coppia, mi raccomando.»

Io sgranai gli occhi. Osservai Franco mentre si aggirava nel pubblico e gettava l’occhio tra scollature e scosciate varie. Scelse bene la ragazza, il ragazzo un po’ meno. Li catapultarono al centro della scena su due sedie. Franco gridò: «Quale prendo? Va bene il 41?»

«No, quello l’abbiamo usato tre o quattro puntate fa. Prendi il 65.»

Non capivo, proprio non capivo. Cosa sono, autobus? Vidi Franco assentarsi un attimo e tornare con un fascicolo di fogli.

«Ecco il 65», disse mentre lo porgeva ai due. Poi arrivò anche la truccatrice. Mentre gli spennellavano la faccia, Franco gli spiegava: «È semplicissimo, non vi preoccupate. Dovete leggere le battute e cercare di impararne alcune. Almeno le più importanti, che sono quelle sottolineate, poi improvvisate. Basta che diciate cose mielose sull’amore e sul vostro straordinario rapporto, e siamo a cavallo.»

«Ma noi non ci conosciamo neanche!» affermò il ragazzo.

«Sì, ma questo il pubblico da casa mica lo sa», rispose Franco, ammiccandogli.

La mia domanda sorse automaticamente: «Mi scusi, signor Franco, ma anche a me serve un copione?»

«No, lei deve solo dissentire da quello che dicono loro e sparare qualche insulto ogni tanto, ma non esageri...»

Eh, cara Federica, vedi che avevo ragione? Qui sono tutti d’accordo. 1-0 per me, visto che ti piace tanto il calcio.

La diretta della puntata iniziò. Presentazione degl’ospiti e tutto il resto. Io fui introdotto come teorico del tradimento, guru del non fidanzamento, superscettico dell’unione forever. Quelle parole mi galvanizzarono non poco. La telecamera mi inquadrò e io mostrai un’espressione da cinico, innalzando un sopracciglio e sorridendo leggermente. E non ero arrossito neanche un pochino. Poi venne il momento in cui dovevo intervenire, allora quello accanto mi fece segno col gomito e mi incitò sottovoce: «Vai!»

Irruppi etichettando i due come “ipocriti dell’amore”, e usando parole come “melliflui” e “utopisti”. Io che fino a pochi giorni prima dicevo “pulcino” e “scoiattolino”. Accettai la dolente verità: fingere mi piaceva un casino, ma lo avevo appena scoperto.

Venne il turno dell’ospite a sorpresa. Era una che avevo già visto in tv, una delle tante soubrette con bikini striminzito e mansioni ridottissime. La presentatrice raccontò la sua storia: disse che era stata scaricata da un calciatore, di cui però non si poteva fare il nome, che nel frattempo era finito tra le braccia di un’altra dello star-system.

“Allora è una mania!” pensai. Immaginai immediatamente Federica che veniva sedotta e abbandonata dal suo eroe in calzoncini, e irruppi di nuovo.

«Adesso basta! Non se ne può più di queste storie dal finale scontato, queste specie di abbinamenti geneticamente programmati, queste relazioni esclusivamente a scopo pubblicitario! Credo di parlare a nome di tutti se dico che è a dir poco nauseante, tutto ciò.» Nel dire quello che avevo appena detto, mi ero lasciato trasportare da non so quale forza, un’enfasi mai esternata, parole che erano rimaste sopite lì in un angolino aspettando solo il momento buono per uscire. E mi ero anche alzato dallo sgabello sul quale ero seduto. Il pubblico presente aveva taciuto attonito per un attimo, poi era scoppiato in un applauso scrosciante, con tanto di approvazioni quali “giusto!” oppure “è vero, ha ragione!”

La presentatrice rimase spiazzata dal mio intervento così dissacrante, esitò alcuni istanti, poi mi porse una domanda: «Quindi lei cosa consiglierebbe alla signorina?»

Io ci pensai bene, guardai verso il pubblico, aggiustai l’espressione, dopodiché mi rivolsi alla ragazza e risposi: «Francamente, signorina, io credo che lei sia vittima del mondo dello spettacolo. Partecipa a feste frequentate da certe persone e ha ormai acquisito una determinata immagine pubblica, finendo per rispettare il cliché secondo il quale una ragazza come lei dovrebbe trovare il partner ideale in un calciatore.» Tirai fuori gli occhiali da vista dal taschino, li aprii, appoggiai la stanghetta alla bocca in una pausa di riflessione, poi ripresi apprestandomi a dire la balla più spudorata che potessi inventare: «Vede signorina, si percepisce chiaramente che lei ha una sensibilità tale da meritare una relazione più impegnativa. Non si sottovaluti, lei ha un animo profondo che aspetta solo di trovare una persona che lo lasci esprimere.»

Lei mi guardò illuminata e mi chiese: «Davvero? E da cosa lo ha capito?»

«Dai fanali… ehm, mi scusi… dagl’occhi, ovviamente. Possono dire tutte queste cose, senza che lei parli.»

La presentatrice interruppe quella scena meravigliosa e chiuse la puntata tra gli applausi del pubblico. Dal canto mio, mi ero appena reso conto di aver usato le parole “geneticamente”, “esclusivamente”, “francamente”, “chiaramente” e “ovviamente” nel giro di un paio di minuti. In più avevo paragonato la showgirl a un’automobile, dicendole che avevo capito tutto osservando i suoi “fanali”. Metteteci quel pizzico di assoluta e necessaria mancanza di sincerità, mischiate il tutto e otterrete la copia sputata di mio fratello Lorenzo. “Vuoi vedere che fino a oggi non c’ho capito niente”, pensavo.

In ogni modo, avevo avuto il mio quarto d’ora di celebrità, ma non finì lì. La redazione del programma ricevette un sacco di lettere, così tante che pensarono bene di richiamarmi in trasmissione. Tra polemiche con i fedelissimi dell’amore e consigli alle ragazze ferite, ero diventato in poco tempo un vero e proprio fenomeno da baraccone, un personaggio racchiuso nel tubo catodico che si godeva il suo momento di splendore. Nel frattempo, impegnato com’ero a dispensare ogni giorno le mie massime, avevo detto alla produzione della soap che mi prendevo un periodo di pausa e che potevano cercarsi qualcun altro. Tanto non mi riusciva più imbottire le sceneggiature di sventure e fatalità. Infatti, per non alterare la suscettibilità di mia madre, mi veniva automatico scrivere solo storie dal risvolto positivo.

Intanto avevo dato un’impronta precisa al mio personaggio. Critico sì, ma con ovvie ragioni. E coerente, peraltro. Quando dovetti scegliere da che parte stare e cosa mi sarebbe convenuto di più, feci due conti, poi scelsi di stare dalla parte delle donne. Sempre e comunque. Non mi sentivo un opportunista, solo un furbacchione un po’ ruffiano, sicuro di attrarre l’altro sesso svalutando il proprio. Infatti dicevo cose del tipo “…le storie non possono essere eterne, perché l’uomo si stanca  di una singola partner”, oppure “…la donna ha una sensibilità che l’uomo non potrà mai raggiungere”, o ancora “…l’uomo stabilisce un compromesso con la propria parte istintuale, è una bestia con un po’ più di cervello, ecco cos’è!” Luoghi comuni, in sostanza. Però funzionavano, cavolo se funzionavano. Succedeva che le donne di tutta Italia vedevano in me una specie di custode dei più alti segreti per il corretto funzionamento di un rapporto. Colui che screditava l’amore perché imputava agli uomini stessi le cause dei fallimenti. Colui che dava sempre il consiglio giusto a ragazze incerte. Colui che, in pratica, era diventato amico delle donne. «Ecco quello che capisce le donne», diceva chi mi vedeva passare.

È ovvio che tutto ciò non era vero, e non poteva esserlo, ma la gente sembrava crederci. In più c’era l’aspetto materiale della faccenda, cioè circa due dozzine di numeri di telefono di ragazze ansiose di uscire a cena col personaggione del momento. Almeno sulla carta doveva essere così. Ma non lo era affatto, credetemi. Lo scoprii non appena accettai l’invito a uscire di una di loro. Andammo a cena in un ristorante che scelse lei. Un bel locale, raffinato, di alta classe, prezzi carissimi. Per quello che mangiai, infatti, spesi una cifra che nella trattoria sotto casa mi sarebbe bastata per un mese di cene. Però ero un vip, mica potevo fare storie su quanto spendevo. In realtà sì, ma ormai il controverso mondo dei fenomeni mediatici mi aveva risucchiato in pieno. Comunque, la nota dolente della serata non fu tanto il conto, quanto le mie aspettative tradite. La povera ragazza afflitta, appena mollata dal fidanzato, mi intrattenne per circa tre ore con i suoi dubbi e le sue domande, credendo di trovare in me una specie di santone. Qualsiasi cosa rispondessi, lei annuiva, dicendomi che avevo ragione, anche se gettavo sul piatto delle semplici banalità. Infine, dopo la cena, mi salutò in tutta fretta, ringraziandomi per la “consulenza gratuita”, così la chiamò. Se pensate che con le altre ragazze con cui uscii in seguito andò meglio, vi sbagliate di grosso. Tutte volevano da me solo ed esclusivamente una cosa: consigli. Parlavano ore e ore, mentre io ero costretto ad ascoltarle, altrimenti se ne accorgevano che non stavo attento, bacchettandomi impunemente. Mai una di loro che mi avesse detto: «Ti va di venire a casa mia?» oppure «Adesso basta parlare, è ora di agire!»

Quanto mi sognavo quelle frasi. Eppure pensavo che non sarebbe stato tanto difficile, una volta guadagnato un po’ di notorietà. Macché, la televisione offriva solo grandi castelli fatti di illusioni e propositi superficiali. E poi, altro che oche. Ragazze stupidine, che ammiccano e non vedono l’ora di spogliarsi. Ma dove? Quelle che conoscevo io mi rintontivano con le loro chiacchiere, per poi liquidarmi con un laconico “Magari ti chiamo, ciao.” Saranno state anche oche, ma a me sembravano furbe come volpi.

Se vogliamo, inoltre, ci sarebbe da affrontare anche la questione privata. Vedete, il problema è che, come un attore, pian piano mi stavo identificando in quel personaggio. All’inizio si trattava solo di una maschera, è vero, ma dopo qualche tempo mi sentivo più a mio agio in trasmissione che nella vita reale. Non sapevo se si trattasse del potere della televisione, oppure se riguardasse una questione personale irrisolta. Forse avevo un massiccio lato femminile latente, che adesso stava prevaricando su quello maschile. Forse ero stato donna in una vita precedente. Forse ero gay. Quest’ultima opzione mi sentii di escluderla senza discussioni nel momento in cui ricevetti elogi e inviti a cena pure da aitanti maschietti. Alla fine, tuttavia, non mi interessava neanche tanto capire i motivi per cui fossi entrato così nella parte. Sembrava che avessi assunto un ruolo preciso e significativo. Le battute mi uscivano di getto, senza rifletterci su nemmeno un attimo. Ricevevo applausi dalle donne, che alimentavano il mio narcisismo per anni sopito, e fischi dagl’uomini, che non mi sfioravano minimamente.

Per il resto, Federica non l’avevo più sentita, mentre mia madre mi tempestava di telefonate ogni sera, dopo aver visto la puntata. E ogni sera la conversazione andava più o meno in questo modo:

«Ma stai bene, caro?»

«Sì, mamma, sto bene.»

«Davvero pensavi quello cha hai detto?»

«No, mamma, non lo pensavo affatto.»

«Ah d’accordo. Ricordati di portarmi quegli autografi, allora.»

In quanto a mio fratello, lui mi telefonava due, tre volte al giorno per ricordarmi che era tutto merito suo e che almeno gli dovevo il numero di qualche ragazza dello spettacolo. Beh, sì, glielo dovevo. Poteva darsi che a lui sarebbe andata meglio. Con le sue metafore del motore, poteva persino illuminare qualche ragazza in cerca dell’agognato senso della vita. Mio padre e mio nonno, invece, non si riservavano nello sparare battute al veleno, considerandomi una sorta di rammollito, amico delle donne e protagonista delle baggianate quotidiane.

A parte i commenti beffeggianti dei parenti, se non fosse stato per la confusione che mi girava in testa, avrei detto che le cose non andavano poi tanto male. Si prospettava per me una carriera televisiva come opinionista o ruoli del genere, pagati bene e poco impegnativi, eppure non mi sentivo soddisfatto. Com’era possibile che riuscissi a comprendere al volo tutte quelle donne, mentre ancora non riuscivo a capire cosa volessi io? Sapevo solo che mi mancava qualcosa. Forse era l’amore, forse era Federica. In realtà, non c’era alcuna frenesia di rimettermi a caccia dell’anima gemella che, in ogni caso, non avrei trovato tra le ammiratrici del personaggio che impersonavo. Mi stancai ben presto di elargire i miei pseudoconsigli fuori dalla trasmissione e di frequentare i party esclusivi, così ritornai pian piano alla vita che conducevo prima, fatta cioè di comode serate davanti a un film e rilassanti letture pre-sonno. Magari la ragazza giusta per me stava aspettando proprio dietro l’angolo e non aveva niente a che fare con quel mondo fasullo, di cui facevo ormai parte, ma che allo stesso tempo mi urtava i nervi per la sua facciata artificiale.

Gli autori del programma si complimentavano ogni giorno con me, dicendomi che mai gli ascolti avevano raggiunto quei risultati. Ma come ogni persona che arriva alla vetta in così poco tempo, avevo il terribile sospetto che tutto ciò non sarebbe durato a lungo. E infatti non durò mica tanto. Ascesa e caduta, appunto. Fu una caduta improvvisa e rovinosa, una caduta che non lasciava alcuna speranza di rialzarsi. State a sentire.

La solita puntata in diretta. Le solite zuffe tra gli ospiti. Il mio solito intervento a consolare qualche donna tradita e mollata. Una telefonata assolutamente inaspettata.

«Pronto, chi parla?» chiese la presentatrice.

«Mi chiamo Federica.»

Non è che di Federica ce ne fosse una sola, però quella voce la riconoscevo benissimo. Era proprio “quella” Federica.

«Sì, Federica, cosa volevi dire?»

«Vorrei parlare con l’esperto, se è possibile.»

«Ah, vuoi parlare col nostro Mirko ok, chiedigli quello che vuoi.»

D’un tratto mi accorsi di sudare e arrossire come facevo un tempo. Non ero più a mio agio davanti alle telecamere, non ero più a mio agio con tutto quel pubblico davanti.

«Ciao pulcino, ciao scoiattolino!» disse lei. Se prima ero arrossito, adesso non avevo niente da invidiare a quella bandiera per la quale smaniavano tanto mio padre e mio nonno.

«Pulcino mio, non mi riconosci? Sono la Fede.» Il pubblico borbottava tra sé, curioso di scoprire. «Non dici niente?», chiese ancora lei.

«Ciao!» esclamai finalmente.

Intervenne la presentatrice: «Su, via. Mi sembra di capire che qui ci sia del tenero. E poi “pulcino mio” non lascia proprio dubbi. Federica, scusa, ma voi state insieme?»

«Beh… non più adesso. Ma è stata tutta colpa mia, sono stata una stupida…»

«No, scoiattolino, non dire così!»

Un “ohhhhhh” generale da parte del pubblico si sollevò non appena pronunciai la parola “scoiattolino”. Non ce l’avevo fatta a trattenerla, era stato più forte di me. Perché tanto l’essere umano è così, può sforzarsi di essere come vuole, ma prima poi la sua indole ritorna a imporsi. E la mia indole non era quella di dispensare falsi consigli per farsi amiche affascinanti ragazze. Certo, c’avevo lavorato su, ma era stata una sorta di reazione alla fine del mio rapporto con Federica. In fondo, pensateci bene, la gente fa le cose più strane quando viene lasciata. C’è chi si fa un tatuaggio, chi parte per un viaggio senza data di ritorno, chi cambia religione, chi fabungee jumping, o chi va dall’analista. Io ero diventato uno strampalato opinionista tv, e solo risentendo Federica mi ero reso conto del perché.

«C’è un colpo di scena, amici telespettatori!»

«Possiamo ricominciare tutto daccapo?» domandò Federica, con quella vocina che mi faceva dimenticare tutto ciò che era successo precedentemente. Il pubblico era concentrato su di me.

“Al diavolo il rancore, al diavolo il perdono”, pensai all’inizio. Però c’era il mio orgoglio. Un orgoglio che era più forte di tutto. Anche se inutile, fu proprio l’orgoglio che mi fece dare quella risposta.  Il “sì” mi rimbombava in testa, ma fu il “no” che uscì dalla mia bocca. «No, Federica, non ce la faccio. Mi dispiace.» Non era tanto per il fatto che lei si fosse invaghita di un calciatore, nonostante, tengo a ribadirlo, io li odi veramente i calciatori. Il fatto lampante era che la nostra storia si fosse esaurita. Non c’erano più stimoli, novità, emozioni. L’entusiasmo si era spento, e solo un miracolo avrebbe potuto riaccenderlo. Con tutta probabilità, mio fratello non c’era andato molto lontano con il paragone del motore, stavolta.

Una disapprovazione generale da parte del pubblico accolse la mia decisione. Qualcuno addirittura fischiò. Intanto, cenni provenienti dal fuori scena dicevano alla presentatrice di chiudere il programma. Sentii singhiozzare Federica, ancora collegata al telefono. La presentatrice salutò il pubblico da casa: «Bene, anche per oggi abbiamo finito. Se volete, ci rivediamo domani. Arrivederci.»

Io pensai di dire un’ultima cosa. Ancora in onda, mi alzai, andai verso la telecamera e, mentre in tv passavano i titoli di chiusura, dissi: «E comunque avevo ragione io, Fede. Qui è tutto finto!»

Naturalmente, come introdurrebbe Lorenzo, quelle furono le mie ultime parole dette in televisione. Primo: avevo screditato la figura di persona cinica e risoluta che mi ero costruito con tanta fatica. Secondo: non vi dico le querele che mi sono piombate addosso per aver pubblicamente gettato fango su quel maledetto programma.

Questa era la situazione. Bandito dalla tv, senza un lavoro, senza l’ispirazione per rimettermi a scrivere soap opera, e soprattutto senza Federica. Riguardo a lei, mi convinsi che comunque avevo fatto la scelta più sensata. È ovvio che ci stessi male, ma il fatto che lei avesse frequentato un’altra persona era sintomatico di evidenti crepe nel nostro rapporto. Eravamo finiti per adagiarci sulla routine, su una relazione in cui tutto appariva scontato. In amore, però, non c’è niente di scontato.

Nell’attesa di trovare un lavoro, mi ero messo a scrivere un romanzo, nel quale una grossa fetta era dedicata a una storia d’amore, con vaghi riferimenti autobiografici. Insomma, diciamo che mi stavo godendo un periodo di pausa, di cui avevo estremo bisogno.

Poi, un giorno, mi arriva una telefonata e mi propongono questo lavoro. Avrei dovuto curare una rubrica per un settimanale femminile, rispondendo alle domande delle lettrici. C’ho pensato su, ma ho accettato. Mica si può gettare via un dono in questo modo. Devo solo fare quello che mi riesce meglio. Sostanzialmente (ormai la sindrome Lorenziana si è impossessata di me), devo dispensare consigli e aiutare le povere disgraziate a districare qualche dolente questione. Il tutto col il nome di “Madame Thérèse.” Bello, no? Nessuno immaginerebbe mai che si tratti di un uomo. D’altronde, una volta, io ero quello che capiva le donne più di quanto capisse se stesso. Direi che lo sono ancora, semmai non ci guadagno niente adesso a farmi passare per Madame Thérèse. In termini di numeri di telefono e inviti a cena, capite cosa intendo… Nonostante tutto, viste le varie evoluzioni, direi che non mi posso lamentare del mio attuale lavoro. Mi dà soddisfazione e non è molto impegnativo. Certo, mi tocca sopportare le prese in giro dei miei, del tipo: «Buongiorno, Madame. Si accomodi pure, Madame. Desidera nient’altro, Madame?» Ma ormai ci sono abituato, come sono abituato ai grandi discorsi di mio fratello.

«Vedi Mirko, a volte succede che ci siano degli errori di meccanica. Ad esempio, prendi te. Sembra che abbiano montato il motore di un’auto sportiva da duecento cavalli sopra alla carrozzeria di una piccola utilitaria.»

«Cosa vorresti dire, che sono brutto ma intelligente?»

«No, non proprio. Intendo dire che avresti le potenzialità per fornire grandi prestazioni, però c’è qualcosa che te lo impedisce.»

«Ti manca la benzina, ricordi? »

«Già, la benzina… gli obiettivi. Sai cosa? Mi sa che hai ragione. Ancora non ho capito quali sono i miei obiettivi…» E con questa frase finalmente l’ho fatto contento. Magari, per un po’ di tempo, mi risparmia le sue metafore.

«Dai, con una breve sosta in officina può darsi che si riesca a migliorare questa situazione», dice lui, speranzoso.

«Ah, d’accordo, vedrò quando passare.»

Beh, devo andare, adesso. Ho scoperto che mi tocca pure fare il collaudo. Se non sono proprio da rottamare, mi faccio risentire. Un saluto speciale da Madame Thérèse.



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