Una vita in bottiglia

 
 
Ore 8:00 in punto: esseri brulicanti di lavoro, in un collettivo spasmo mattutino quanto mai faticoso. Formiche in fila, inizia la produzione. Stabilimento “Acqua Clarissa”. Catena di operai, si fa per dire. Tutto è meccanizzato e, se ci fai caso, noti che anche gli operai sembrano meccanizzati. I loro movimenti sono così automatici e ripetitivi che li fanno apparire come semplici ingranaggi dell’efficientissimo impianto. Un po’ come in Tempi Moderni, il film in cui Charlie Chaplin finiva col venir risucchiato da una macchina e si ritrovava a viaggiare tra i suoi giganteschi meccanismi.

    Vedi dall’alto l’imponenza di una distesa argentea, metallo che sovrasta i colori della pelle. Pensare che basta un dito per farle vivere o morire, quelle macchine. Senza quel bottone che le fa partire, infatti, sono solo pezzi di ferro. E poi c’è da controllare che non ci siano errori, o intoppi di qualche altro tipo. Mica si controllano da sole. Ogni tanto - raramente, a dire il vero, però può succedere - le macchine s’inceppano. Così capita una cosa strana: gli operai, invece di sentirsi più forti e più utili di quell’ammasso di ferraglie, sbuffano, spazientendosi e inveendogli contro. Operai incazzati e un bestione inanimato, solo un capriccioso cumulo di metallo freddo. Il fatto è che se la macchina si ferma, si perde tempo. Se si perde tempo, si produce meno. E se si produce meno? Beh, l’azienda ha le sue discutibili politiche in fatto di produzione. E a farne le spese non sono certamente le macchine, questo è chiaro.

   Ogni giorno alle 8:00 c’è anche Guido che inizia a lavorare. Lo puoi trovare che vaga per lo stabilimento con in mano la sua fedele cassetta degli attrezzi. Guido è addetto alla manutenzione dell’imbottigliatrice. Lui, al contrario degli operai alla catena, quasi ci spera che le macchine si blocchino. Ci spera, anche perché non gli dispiace che il caporeparto s’infuri. E chi lo sopporta, quel bisbetico che si irrita per un nonnulla. «Dai, su, veloce!» è l’unica cosa che riesce a dire, stronzo frustrato che riverbera i suoi malumori sui silenziosi subordinati. Almeno una volta potrebbe dire «Ok, così va bene, bravi!» Non ci vorrebbe molto, niente affatto. Almeno una volta si potrebbe sforzare di fare un sorriso e fingere che il mondo, il suo mondo, sia migliore di com’è. Una volta che Guido aspetta da dodici anni. Quello stronzo del caporeparto tanto resta tale e quale, anzi peggiora man mano che va avanti con gl’anni. In dodici anni, per la verità, diverse cose sono rimaste tali e quali, soprattutto per Guido. In fabbrica non si fa carriera. Quello di manutentore allo stabilimento doveva essere solo un lavoro provvisorio, per lui. Poi ha iniziato a pensare che quel lavoro provvisorio, in attesa di qualcosa di migliore, non fosse più tanto provvisorio. Eppure, diversi anni prima, Guido avrebbe voluto prendere e partire, andare in Australia, dove suo fratello è diventato uno dei maggiori commercianti di lana del paese. Avrebbe voluto, ma pian piano si è convinto che ricominciare sia difficile, duro, rischioso. Si è convinto che in fondo un lavoro sicuro ce l’ha e che ce la fa benissimo ad arrivare a fine mese con il suo stipendio assieme a quello della moglie. Sta mettendo da parte dei soldi che probabilmente non spenderà mai. Nessun figlio, nessun hobby dispendioso, nessuna intenzione di girare il mondo. Gli va bene così, l’ha scelto lui di vivere nell’anonimato. L’ha scelto lui di vivere una vita a metà, come fosse imprigionata dentro una di quelle bottiglie, con il tappo sigillato ma con un’etichetta ancora da attaccare. Lui dalla vita non si fa consumare. Finché può, rimane così: ancorato alle certezze, ma senza ambizioni.

 

C’è bisogno di Guido all’imbottigliatrice. S’è bloccata un’altra volta. Eccolo che arriva con la sua cassetta degli attrezzi. È combinata male, stavolta, la maledetta macchina. Lui è un po’ che glielo ripete ai suoi superiori, è andato pure a parlare col direttore dello stabilimento. «’Sta macchina va cambiata, ormai ha già dato», gl’ha detto.

   La concezione predominante in un lavoro che si svolge in fabbrica è che tutto debba essere sfruttato fino all’ultimo. Nel caso dell’imbottigliatrice in questione, Guido prova a restituirgli un po’ della sua antica affidabilità, ritardandone di qualche tempo il pensionamento. Ma quando è finita, è finita. La macchina ce la fa giusto a esalare l’ultimo respiro. Peccato che la sua resa si manifesti nella rottura di un componente fondamentale. Ciò non vorrebbe dire niente, se solo non ci fosse la mano di Guido incastrata in mezzo alle pesanti fauci della macchina. Si rompe un pezzo che innesca una di quelle che solitamente chiamiamo “fatalità”. Ma che fato, che destino. Il destino stavolta si chiama Aldo Noverani, direttore dello stabilimento “Acqua Clarissa”. Sta di fatto che quel fendente schiaccia quattro dita della mano sinistra del povero Guido, lasciandogli solo il pollice. La fatalità, semmai, è che Guido fosse proprio mancino. Strana la vita, più d’ogni altra cosa. Un attimo prima un uomo fischietta sereno, e un attimo dopo tira fuori tanta di quella voce che il suo urlo lo sentono fino alla fabbrica accanto. Chissà se ci sarà ancora un motivo per fischiettare sereno, d’ora in avanti.

   Scherzandoci su coi colleghi, quella macchina Guido la considerava quasi come una donna. Diceva di aver raggiunto con lei un livello di confidenza tale da armeggiare al suo interno senza alcuna paura di violarne l’intimità. Diceva anche che la macchina ormai si fidava delle sue mani, per cui lui aveva eliminato ogni riverenza o impaccio. Era lui che non doveva fidarsi, Guido Iannelli, manutentore allo stabilimento “Acqua Clarissa” da dodici anni, che adesso si ritrova con quattro dita in meno, ma con parecchia rabbia in più, manco c’avesse guadagnato nello scambio.

 

Sette mesi dopo l’incidente. Guido si veste, si arrangia come può con la mano destra e quello che è rimasto della mano sinistra. Indossa un completo elegante, poi va dalla moglie e si fa mettere la cravatta. Le dice che deve andare allo stabilimento a salutare i vecchi colleghi. Guido è sorridente, disteso, pare che il peggio l’abbia passato.

 

Allo stabilimento c’è il direttore che ha appena buttato giù il telefono. Ha il volto stanco e preoccupato. Si mordicchia le dita, è teso, nervoso, tormentato. Guarda dentro a un cassetto della scrivania. L’occhiata è fissa e bieca. Poi bussano alla porta. C’è una visita.

   «Sì, avanti.»

   La porta si apre ed entra Guido.

   «Guarda chi si vede!» esclama il direttore, con urtante ipocrisia.

   Figuriamoci se quello è felice di rivedere un suo ex operaio, un operaio con cui per giunta ha un debito di quattro dita.

   «Salve, direttore.»

   «Qual buon vento, Iannelli?»

   «Sono venuto per la liquidazione.»

   «Liquidazione? Ero sicuro che le fosse già stata corrisposta la sua liquidazione. E poi c’è il risarcimento…»

   «Risarcimento, lei dice. Riuscirà mai a risarcire questo?» gli chiede Guido con aria sprezzante, mostrandogli la mano. «In ogni caso, non sto parlando di me, direttore. È arrivato il momento di liquidare lei, adesso…» Guido estrae da dietro la schiena una pistola e la punta dritta in fronte a Noverani. Toglie la sicura, ha il dito sul grilletto. La mano è sudata e tremolante.

   «Che cosa ha intenzione di fare, Iannelli?

È impazzito?»

 

   «No, non sono impazzito, ho solo perso una mano. E pensi che era anche la mia preferita. Le sparerò con l’altra, fa niente. La mira non è eccezionale, ma la distanza è decisamente favorevole.»

   «Ci pensi bene, Iannelli. Questa è una sciocchezza, se ne rende conto?»

   «C’ho pensato, dannazione se c’ho pensato.» Guido va verso il direttore, gli avvicina la pistola alla fronte. «È la cosa giusta, mi creda.»

   Noverani si accascia. Il pianto impedisce qualsiasi tentativo di supplica. Guido ha lo sguardo fiero e non mostra indugi. Stavolta il destino se lo fa da solo. Si attende un rumore, quello roboante della morte racchiusa in due centimetri di proiettile. Per ora il rumore che invade la stanza è quello del pianto incessante del direttore. Poi un altro rumore, un piccolo clic, quasi impercettibile, che placa il singhiozzo. Guido ha rimesso la sicura. Noverani è ai suoi piedi e lo osserva dal basso verso l’alto, con gl’occhi rossi e il volto madido. Guido lo guarda con sdegno. «La paura è molto peggio della morte» gli dice, un attimo prima di andarsene.

   Il direttore rimane a terra e versa tutte le lacrime che ha. Si stropiccia la faccia, passa le mani con forza tra i capelli, giusto per sentire di essere ancora vivo. Quando finalmente si alza, ritorna alla scrivania e apre di nuovo quel cassetto. Dentro c’è una pistola. La fissa ancora, scuote la testa, dopodiché richiude il cassetto. Si asciuga il viso con la manica della giacca, prende il telefono e compone un numero. «Sì, sono Noverani. Senta, io non so ancora come, ma in qualche modo ricoprirò quel debito. Ho già delle possibili soluzioni in mente, mi dia solo un po’ di tempo.»

 

Guido s’è messo a sedere su un muretto accanto a un ponte. Guarda là sotto, sulla spiaggetta lungo il fiume, le nutrie e i germani reali. Quando nessuno lo vede, tira fuori la pistola e con un rapido gesto la getta nel fiume. Affonda, giù nelle torbide acque, un pezzo di ferro, torbido anch’esso. Per fortuna Guido il destino non l’ha voluto sfidare fino in fondo. Si incammina, prende il cellulare e chiama la moglie.

   «Ciao amore, com’è andata allo stabilimento?» chiede lei, premurosa.

   «Sì, tutto bene. Meglio di come mi aspettassi…»

   «Bene, sono felice. Torni a casa, adesso?»

   «No, prima ho intenzione di passare dall’agenzia di viaggi. Che ne pensi se ce ne andiamo in Australia da mio fratello? Almeno per un po’, per provare…»

   «Come? Hai deciso, finalmente. Penso che sia un’ottima idea.»

   Guido gesticola, mentre parla al telefono. Si gratta la testa con quell’unico dito della mano sinistra. Come fai a non soffermarti con lo sguardo su di lui. Quando vedi scene di questo tipo, sei ostacolato da un certo moralismo, che ti fa girare la testa altrove. Ti ricordi di quando eri piccolo e ti hanno insegnato che non devi fissare la gente così, con qualche handicap. Ma la curiosità e l’educazione non vanno d’accordo.

   Una persona in particolare proprio non ci riesce a far finta di niente. È un camionista, appena arrivato in città per le abituali consegne. Dall’alto del suo tir, viene attratto dall’uomo con un solo dito nella mano sinistra. Lo scruta ipnoticamente, lo segue pure dallo specchietto. Magari si sente fortunato perché lui le dita ce l’ha tutte. Quando rimette gli occhi sulla strada, però, ha davanti una signora anziana che sta attraversando sulle strisce. S’è distratto e l’ha vista solo all’ultimo. Frena, sgomma, poi sbanda per evitarla. Il tir finisce sul marciapiede opposto e poi si schianta contro il muro. Si sentono dei lamenti, grida strazianti di un indicibile dolore. Non provengono dall’interno del tir, ma da fuori. Si vede un uomo, o almeno le sue gambe. È rimasto schiacciato tra il tir e il muro. Non c’è speranza, infatti muore poco dopo. La gente accorre a vedere. C’è chi tenta il soccorso, chi chiama l’ambulanza e chi invece rimane immobile, scioccato. Tra la gente che si avvicina c’è anche Guido. Ha sentito il fracasso e s’è fiondato lì. Non è un bello spettacolo, tanto che ci metteranno delle ore per liberare il corpo dalle lamiere. Guido pensa che quella sì che è una fatalità. Trovarsi proprio lì, in quel momento e in quel punto esatto. Decide di andarsene a casa. Mai si è sentito così fortunato.

   L’indomani c’è un articolo sull’incidente, alla pagina della cronaca locale. Ovviamente c’è anche il nome della vittima. Guido è talmente impegnato a fare le valigie per l’Australia che quel giorno nemmeno lo legge, il quotidiano. Il nome sul giornale è quello di Aldo Noverani. Camminava tranquillo per la strada, felice per essere ancora vivo, con chissà quali progetti di rilancio personale in mente. Strana la vita, più d’ogni altra cosa. O il destino, può darsi.

  

Una vita in una bottiglia è pronta per attraversare i mari e poi gli oceani. Sull’etichetta c’è scritto: “Acqua Guido”, da consumarsi preferibilmente in Australia.

 
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