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Il giorno in cui finalmente Enrico Mazzetti decise che doveva fare il grande passo era un normale venerdì d’aprile. Navigando tra le pagine di internet aveva appreso di un megaconcerto che si sarebbe tenuto a Londra a inizio luglio. I suoi sensi si scossero, quando lesse il nome del gruppo che avrebbe chiuso l’evento: The Who. Un fremito gli corse lungo tutto il corpo, facendo esplodere in lui un inatteso entusiasmo. Per quanto potesse ricordare, quello stesso brivido lo aveva provato soltanto quando Luisa Raveggi lo aveva baciato sul collo, facendo scivolare lentamente le sue labbra dall’orecchio fin giù alla scapola. Certo, non era la stessa cosa, ma per lui, che non aveva ancora vissuto, poteva essere quantomeno paragonabile.
Enrico Mazzetti era rinchiuso in casa da quasi otto anni. Adesso era quasi un uomo, ma quando successe per la prima volta “quella cosa”, come la chiamava lui, ne aveva solo diciassette, di anni. Si trovava nel bel mezzo di una manifestazione, una di quelle che gli studenti di sinistra organizzano il sabato mattina in coincidenza di uno sciopero. Enrico non aveva ben chiari i motivi di tale sciopero, come gli apparivano del tutto imprecisati gli scopi della protesta alla quale aveva preso parte, però aveva seguito la massa e si era imbucato nel casino dei dimostranti. Spinto dalla bolgia, praticamente avanzando per forza d’inerzia, si era ritrovato al centro del fiume di gente, trascinato dal flusso inesauribile di urla, vessilli e striscioni. D’un tratto Enrico si sentì mancare il respiro, il cuore cominciò a battergli all’impazzata e gli parve di svenire. E poi prese a sudare copiosamente e a tremare. Tutto quello che voleva in quel momento era uscire immediatamente dalla folla nella quale era rimasto intrappolato.
“Agorafobia associata a disturbo da attacchi di panico”, gli aveva detto lo psicoterapeuta che lo aveva preso in cura. Enrico aveva storto la bocca e arricciato il naso, assumendo un’eloquente espressione di perplessità. Il dottor Baldi gli aveva quindi specificato di cosa si trattasse quello strano disturbo, che poi, a sentir lui, non era mica tanto strano, visto che erano in molti a soffrirne. Il sunto era che Enrico aveva paura di trovarsi in mezzo alla gente, tanta paura da poter manifestare i sintomi degli attacchi di panico, tanta paura da poter pensare persino di morire. Una situazione che per i più era abituale, per lui invece era drammatica.
In ogni modo, era troppo tempo che si faceva dominare da quel maledetto disturbo. Era ora di provare a vivere, ancora, come quando era un ragazzino inconsapevole, un adolescente spensierato e magari anche irresponsabile. Prese la carta di credito di sua madre e acquistò il biglietto di cinquantacinque sterline per il concerto della vita: gli Who che incidono un nuovo album dopo ventiquattro anni e ancora insieme per un tour. Forse una delle poche occasioni che avrebbe avuto per vederli.
A Londra c’era un ragazzo che sembrava come gli altri. Si aggirava per il mercato di Camden Town ad acquistare vecchi dischi in vinile, poi passeggiava lungo il Tamigi ad ammirare il Tower Bridge e si fermava meravigliato a godersi l’abbazia di Westminster. Dopo un fugace riposo sull’erba di uno dei numerosi parchi londinesi, vagava nel quartiere di Soho, camminando per Regent Street e poi facendo spese in Oxford Street. Passando infine da Piccadilly Circus, Enrico arrivò dritto in Hyde Park, dove si stava per tenere il concerto. Era il suo ultimo giorno nella capitale britannica, dato che all’indomani sarebbe dovuto rientrare a casa. Enrico ripensò a tutto quello che gli era capitato in quei tre giorni. Le salsicce e i fagioli a colazione, le camere d’albergo con il lavandino in camera e i doppi rubinetti per miscelare l’acqua, il senso di spaesamento tra le auto e i bus a due piani che viaggiavano nel senso opposto, le pittoresche cabine telefoniche rosse, il pasto a base di fish & chips. E poi quelle unità di misura così strane e quelle monete a sette lati. Il fatto di girare liberamente tra la miriade di persone e scoprire, sorprendentemente, che di biondicci lentigginosi dalla pelle chiara ce ne fossero così pochi, rispetto alla popolazione cosmopolita che si era impossessata della grande città. Per non dimenticare la gente dei negozi che gli chiedeva dove avesse imparato a parlare così bene l’inglese e lui che gli rispondeva: «Dagli Who, l’ho imparato da loro.» Ed era proprio per loro che si trovava lì. Lui voleva solo vedere gli Who.
Quindi giunse l’annuncio. Eccoli arrivare, dopo otto ore di attesa sotto il sole cocente e dopo altri gruppi minori, gli Who, un po’ invecchiati, ma sempre straordinari nella loro verve sul palco. Enrico non riusciva a crederci. Era lì, in mezzo alla folla, a pochi passi dal palco, e non accusava il minimo disturbo. Sulle note diBaba O’Riley si lasciò abbandonare, chiudendo gli occhi. Fu trasportato da una gioia che non provava da anni. Cantò il testo, parola per parola, aggregandosi all’immenso pubblico. Il convulso finale del pezzo fu un delirio di grida che acclamavano il gruppo e corpi che si scontravano tra loro. Quando il suono della magica chitarra di Pete Townshend s’interruppe, Enrico ritornò alla realtà.
Enrico aveva appena riaperto gli occhi. Si trovava disteso nel letto, nella propria camera. Il lettore cd stava per riprodurre la seconda traccia dell’album. Bargain partì con forza, mentre Enrico girò a stento la testa. Immobile, con il resto del corpo, avvolto dal lenzuolo fino alla pancia, Enrico dette uno sguardo alla Union Jack, la bandiera della Gran Bretagna, appesa al muro. Gli tornò in mente un’immagine, vivida, come l’avesse davanti a sé. Lui che salutava gli amici dopo la manifestazione. Lui che indossava il casco completamente colorato con il rosso e il blu della bandiera britannica. Lui che saliva sulla vespa e andava spedito per le strade semivuote in una tarda mattinata di un sabato come tanti. Lui che prendeva una curva troppo velocemente e andava a schiantarsi contro un albero. Lui in ospedale, sotto i ferri dei chirurghi. Lui a letto, paralizzato dal collo in giù.
Quella dell’agorafobia era solo una delle tante storie che Enrico immaginava per alzarsi e fuggire dal letto al quale era costretto da otto anni. In ognuna di quelle storie fantasticava di essere bloccato a casa, per un motivo o per l’altro, fino al momento della liberazione, della rinascita, della svolta tanto sognata. Ce ne sarebbero state altre, di storie. Ce ne sarebbero state tante altre, e tutte tra loro diverse. Ma tutte sarebbero finite allo stesso modo, con lui che usciva di casa, sulle proprie gambe, e si ritrovava sotto al palco a vedere gli Who.
* Racconto premiato al concorso “Io racconto” 2008 e pubblicato nella relativa antologia.
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