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Prima di diventare famoso non mi sognavo di prendere fino a centocinquantamila dollari per presenziare a venti minuti di festa o addirittura fino a settecentocinquantamila per un’ora di party privato in cui dovevo cantare due soli brani. Prima di diventare famoso non affittavo suite da cinquemila dollari a notte e non immaginavo lontanamente che mi avrebbero offerto anche tre milioni per le foto del mio matrimonio. Prima di diventare famoso non credevo fosse possibile possedere sette diverse auto, una villa con sedici stanze, circa quattrocento paia di scarpe e vestiti da diecimila dollari l’uno. Insomma, avrete capito che me la passo bene, almeno per quanto riguarda le mie finanze. Il fatto è che prima di diventare famoso non avevo idea di cosa significasse avere tutto. Ora, invece, lo so. Significa noia, insoddisfazione, vizio e arroganza. L’umiltà che viene scacciata per sempre, l’erronea sensazione che ogni cosa ti è dovuta, innumerevoli comodità che superano i reali bisogni, il paradosso dei soldi che non ti rendono felice. Ho compiuto da poco ventisette anni e sembra che il mondo sia ai miei piedi. Sembra.
Un unico singolo musicale è bastato per cambiare la mia vita, da poco più di un semplice fattorino a star internazionale, acclamato interprete del rap bianco. Una hit commerciale, certo, ma di sicuro successo. Nei testi dei brani successivi ero più libero di sbizzarrirmi con infamie al sistema e inviti all’insurrezione popolare. Così sono rapidamente diventato un idolo, un esempio per coloro che ci credono sul serio, all’anarchia e roba di quel tipo. L’ipocrisia è la chiave per l’affermazione personale.
Da anni però non provo più un’emozione degna di essere considerata tale, neanche durante i concerti. Nemmeno la droga riusciva a darmi più sollievo, così ho smesso di farmi da qualche tempo. Nell’alcol non ho avuto il piacere di affogarmi, non ancora, no. Ma non lo escludo. Con mia moglie le cose vanno tremendamente male, per usare un eufemismo. Nell’ultimo anno saremo andati a letto insieme sì e no tre volte. Io ero troppo impegnato a sbattermi le modelle dei miei videoclip, mentre lei ha conosciuto la depressione a causa dello scarso interesse riservatole dalla stampa da quando è diventata mia moglie. Anche Lisa è una cantante, ma dal momento in cui ci siamo sposati i riflettori non sono più puntati su di lei, se non come signora Garty, giovane consorte della stella del panorama musicale mondiale. Una stella che ne ha oscurata una meno luminosa, che ci volete fare. D’altronde, questo genere di matrimonio viene di solito concordato più a scopo pubblicitario che altro. Pensate al clamore di un possibile figlio della coppia, magari un’adozione, oppure, al contrario, al divorzio dei due. Normali strategie di marketing, investimenti per il futuro sotto forma di gossip e servizi fotografici.
È strano a soli ventisette anni non poter aspirare più a niente perché si è già raggiunto l’apice, smarrire il desiderio di perseguire uno scopo con tutta la forza, vedere dileguarsi la felicità che si prova nelle piccole cose ora che le piccole cose sono gli altri a farle per te. Il mio passatempo preferito ormai è diventato quello di studiare tutti i modi possibili per sperperare la fortuna che possiedo. E non è facile, credetemi. Con le vendite degli album, del merchandising, e con fugaci apparizioni in seguitissimi programmi tv, i soldi continuano ad arrivare a palate. Non faccio altro che trascorrere le giornate alla ricerca di nuovi suoni nel mio studio di registrazione, poi mi sgranchisco le gambe nel campo da basket, faccio un tuffo in piscina e la sera spesso finisco a tirare qualche palla da bowling. Il tutto senza uscire dal cancello della mia tenuta. Sporadicamente, vengono a farmi visita alcuni amici, ma per la maggior parte condivido il tempo altro che con me stesso. Non posso uscire da solo per il timore di essere assalito da frotte impazzite di fan o per il rischio di essere freddato da qualche folle in cerca di celebrità da ammazzare. La notorietà ha un animo vendicativo, è un fantasma che ti insegue ovunque tu vada per ricordarti che non puoi goderti la vita. Questi sono i patti: sei il re del mondo, ma il mondo ti reclama. In teoria dovrei spassarmela alla grande, e invece sono prigioniero della monotonia. Per sfuggire alla noia, pensate che ho ucciso persino un uomo. Un paio di anni fa mi sono ritrovato coinvolto in una rissa fuori da un locale. Ero fatto, ovviamente. Ero talmente fatto che mi gettai in mezzo alla zuffa per difendere un tizio che conoscevo appena, non so perché lo feci. Probabilmente per riscoprire l’eccitazione di un episodio inconsueto. Dal cumulo di corpi, uno dei ragazzi crollò improvvisamente a terra. Le sue mani coprivano l’addome e lui agonizzava come in fin di vita. I suoi vestiti cominciarono a impregnarsi di sangue, sangue che sgorgava da una ferita all’altezza dell’ombelico. Nel caos qualcuno lo aveva colpito con una coltellata. Quel qualcuno ero io. Non appena si accorsero che quello era morto, i partecipanti alla rissa scapparono uno dopo l’altro. Io nascosi l’arma dietro la schiena e mi allontanai in tutta calma.
Secondo varie testimonianze, in un’accurata ricostruzione dell’accaduto, l’omicidio venne attribuito a un ragazzotto di colore che aveva già la fedina sporca. Qualche giorno prima aveva rapinato un distributore di benzina proprio con un coltello, ma non lo avevano ancora preso. Non so come la faccenda sia stata infangata, come siano state trovate le prove a suo carico, a cominciare da quell’arma che non fu mai rintracciata. Di fatto, io me ne sbarazzai seppellendola tra gli ettari della mia terra. Non so neanche come i testimoni fecero a dirsi sicuri di aver visto esattamente la mano di quel ragazzo sferrare la coltellata mortale. Tra le braccia di una decina di uomini impegnati a darsele di santa ragione, non riesco a capire come possano aver visto quello che dicono di aver visto. Molti particolari mi sono ancora oscuri. Il mio avvocato, il migliore in città, mi disse che la verità, a volte, non è poi così importante. «Appianati i sensi di colpa, la verità diventa un semplice corollario della menzogna» affermò strizzandomi l’occhio. Pensai che avesse ragione. La maggior parte della gente vive nella menzogna, mentendo a se stessa, ai propri cari, agli amici o al mondo intero. Per vivere serenamente è necessario un capro espiatorio. Nel mio caso, il capro espiatorio era quel ragazzotto di colore, un comune delinquente che prima o poi avrebbe fatto comunque quella fine. Adesso marcisce in galera senza aver ammazzato nessuno, mentre io sono qui a sguazzare nella mia piscina come se niente fosse successo. Ingiusto, capisco. Ma è così che vanno le cose: deboli e potenti tutti nello stesso contenitore, ma i deboli stanno sempre a raschiare il fondo.
Sono appena rientrato a casa, dopo aver accompagnato mia moglie in ospedale. Ultimamente, spinta dalla depressione, aveva cominciato pure a bere. Abuso di farmaci e alcol, per poco non ci rimetteva la vita. Forse lei avrebbe gradito di più quella dannata fine, ma io l’ho trovata giusto in tempo.
Vado in cucina a prendere una birra. Solo la prima di una lunga serie. Credo che mi sbronzerò per non ripensare a ciò che è successo. È solo che in cucina mi capita qualcosa che mi fa cambiare programma. Un uomo di colore, sui trentacinque, robusto, vestito di nero, mi sta di fronte. Il dettaglio più importante è che mi punta addosso una pistola. Lo fisso impassibile.
«Vuoi uccidermi?» gli chiedo.
«Qualcosa del genere» risponde lui.
«Senti, ho appena passato una giornata di merda, non cambia molto se mi spari.»
«Non ti sparo. Là sul tavolo c’è una custodia. Aprila.»
Afferro la custodia e la apro. Dentro c’è una siringa. «Cos’è, un regalo?»
«Una specie. Diciamo che è un regalo per noi.»
«“Noi” chi? Per chi lavori?» Il tizio tace e continua a puntarmi l’arma addosso. «Aspetta… aspetta un attimo. Non sarai mica il fratello di quello che sta in carcere, o il cugino, che ne so. Sei venuto per vendicarti, vero?»
«No, Wayne, sei fuori strada. Questo ti aiuterà a capire…»
Lui tira fuori il portafogli e mi mostra il tesserino di riconoscimento all’interno. Lì sopra c’è la sua foto e c’è scritto pure il suo nome, però il tutto appare marginale in confronto alla sigla di tre lettere stampata a caratteri cubitali. La sigla è CIA.
«Sì, capisco. Capisco come avete fatto a entrare eludendo due diversi sistemi di sicurezza, ma non riesco proprio a capire cosa cazzo volete da me.»
«Semplice, Wayne. Ti offriamo la possibilità di entrare nell’esclusivo “Club 27”, non ne sei onorato?»
«Beh, lo sarei se il requisito fondamentale per farne parte non fosse quello di essere morto.»
«Tranquillo, penseremo a tutto noi.»
«Credevo che ci fossero di mezzo le case discografiche, come sosteneva quello scrittore.»
«Stronzate, solo stronzate. Uccidere i propri artisti di punta con la convinzione che i dischi dei morti vendono di più. E poi scommettere sul merchandising e su tutte le leggende intorno al personaggio maledetto, speculando sul suo mito. Non regge, Wayne. C’è chi canta da più di quarant’anni e a ogni album fa registrare vendite sempre più elevate.»
«Allora spiegami perché. Questo me lo dovete, almeno.»
«Non ci arrivi? Tu, come gli altri, sei un personaggio scomodo per il nostro paese. Tutte quelle canzoni pregne di critiche all’operato del presidente, pesanti insulti ai politici, accuse di corruzione verso la polizia, istigazioni alla ribellione e inni alla rivolta. Inoltre questo vivere costantemente nell’eccesso, tra esperienze orgiastiche, fiumi di droga e alcolismo. Negl’anni voi avete contribuito a far crollare il decoro del nostro paese, e noi abbiamo il compito di eliminarvi.»
Il ciclo di un personaggio famoso si esaurisce più velocemente, questo si sa. Credevo però che mi sarei distrutto da solo, anziché ricevere un sostanzioso aiuto dall’esterno.
«Scrivi il biglietto, Wayne. Un biglietto d’addio in grande stile, mi raccomando.»
Hanno pensato proprio a tutto. È chiaro che il biglietto non debba mancare. Allora scrivo poche righe di congedo, dove dichiaro la mia avversione per la vita e l’incapacità di provare ancora piacere nel fare musica. Ci aggiungo l’insostenibile pressione della popolarità e ho finito. Mi rimane un unico dubbio. «Solo una curiosità…»
«Dimmi, Wayne.»
«Siete stati voi a insabbiare la storia dell’omicidio, vero?»
«Da quando sei diventato celebre, tutto quello che è venuto in seguito è stato opera nostra.»
Un anno dopo. I telegiornali di tutto il mondo annunciano: «Trovato morto nel suo appartamento di Los Angeles il giovane scrittore Jonathan Crowles, autore del best seller American Suicide, il libro sul famigerato “Club 27”, club al quale appartenevano popolari artisti, molti dei quali deceduti in circostanze misteriose, ma comunque tutti scomparsi all’età di ventisette anni. Lo ricordiamo, dello sfortunato club facevano parte musicisti come Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Wayne Garty, ultimo in ordine di tempo ad aggiungersi per via di un’overdose. Crowles aveva ipotizzato che i presunti suicidi o le morti accidentali delle star fossero in realtà delle messe in scena, e che si trattasse quindi di una catena di omicidi. Numerose incongruenze riscontrate sui luoghi di ritrovamento dei cadaveri, ma anche testimonianze contraddittorie di medici e poliziotti, avrebbero infatti mal collimato con le versioni ufficiali. L’autore di American Suicidedichiarava addirittura il coinvolgimento delle case discografiche. Per questo motivo, avrebbe ricevuto numerose querele, nonché intimidazioni di vario tipo. Secondo le prime fonti, Crowles si sarebbe suicidato per mezzo di un’overdose di stupefacenti. Rinvenuto sulla scena anche un biglietto di addio. Sconvolgente il fatto che Crowles abbia compiuto il gesto proprio nel giorno del suo ventisettesimo compleanno.»
In un atollo sperduto da qualche parte nell’oceano, un oceano che non si sa quale, c’è questo bar, la cui insegna dice “Club 27”. Entrando, si vedono poche persone raggruppate intorno a un paio di tavolini. Scrutando il primo gruppetto, a guardarli bene, sembra di conoscerli: sono tutti intorno alla sessantina, un po’ ingrigiti nelle chiome e con più di una ruga. Uno ha un bel cespuglio di capelli e una folta barba, un altro è di colore, anche lui ha una testa gonfia e crespa e porta i baffetti, poi una donna dalla voce roca, lunghi capelli castani e un bel sorriso. Stanno giocando a carte, in mezzo al silenzio e alla polvere. Nel tavolo accanto ci sono due persone che sorseggiano una birra. Uno avrà da poco superato i quaranta, ha i capelli biondi e lisci, porta il pizzetto, ha gli occhi chiari e uno sguardo magnetico. L’altro ha la testa girata verso l’ingresso, perché ha appena visto entrare qualcuno che gli pare di conoscere. Dice al biondo: «Ehi, ma quello non è Crowles?»
«Chi? Quello è Doug. Viene qui ogni tanto.»
«Doug? È dei loro?»
«Ovvio, Wayne. Qui ci siamo solo noi e loro, nessun altro.»
Wayne si gira verso il biondo e lo fissa. Gli esce un’espressione di stupore sul volto, poi poggia la fronte su una mano e fissa un punto nel vuoto, così, estraniandosi.
«Da quando sei diventato celebre, tutto quello che è venuto in seguito è stato opera nostra.»
Wayne capisce che i suoi ultimi anni sono stati solo un grosso bluff. «Sono pronto. Meglio lasciare la scena.» Afferra la siringa sul tavolo.
«Fermo, Wayne. Ci pensiamo noi, non ti devi preoccupare. C’è un’auto che ti aspetta là fuori per portarti all’aeroporto, tieniti pronto a fare un bel viaggetto.»
Wayne è stordito, non capisce bene quello che succede. Sa solo che deve andarsene ed entrare nell’auto là fuori. E così fa. Quando lui entra, esce un tipo di colore grosso come l’altro, che punta la pistola dietro la schiena di un ragazzo. Dai vetri oscurati Wayne vede uno che è proprio uguale a lui. Il ragazzo è identico a Wayne Garty, in tutto, tranne che nella camminata. Ma quello non importa, perché tanto i morti non camminano.
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