Se mio nonno aveva le ruote era un carretto

  
  
   Non capisco perché quelli che abitano sopra di me spostano mobili alle due di notte. Non capisco perché il mio giornalaio cerca quotidianamente di fregarmi il resto dandomi monete da cinque o da due centesimi, tanto può inventare la scusa che è vecchio e non ci vede. Ma soprattutto non capisco perché i bambini hanno l’infallibile precisione di centrare i miei gioielli di famiglia quando giochiamo al wrestling.

   Lavoro con i bambini, purtroppo. Dico purtroppo perché finirò con l’odiarli, tutti. Eppure le premesse erano buone.

   Dolci creature, tenere e spassose. Vi assicuro che non è così. Terribili! Diabolici! Dannatamente furbi! Se solo ci penso…

   Educatore professionale. Se avessi saputo che la mia laurea sarebbe servita a questo, avrei preferito fare l’uomo proiettile in qualche circo. D’accordo, penserete che non sono soddisfatto del mio lavoro, ma che il resto va tutto a meraviglia. Certo, andrebbe tutto bene se fossi stato disegnato da una matita di Walt Disney. Se fossi un fumetto, farei concorrenza a paperino, in quanto a sfiga. Andrebbe tutto bene se fossi seguito da una telecamera ventiquattro ore su ventiquattro e la mia vita fosse uno di quei mediocri reality show.

   Se fossi stato un milionario, avrei potuto comprare uno yacht di quindici metri con interni in radica di noce, con l’unico  scopo di dare party per le celebrità a base di aragoste e tartine al caviale.

   Se fossi stato un calciatore della nazionale, avrei potuto cantare a squarciagola l’inno di Mameli con la mano destra stretta sul cuore.

   Se fossi stato un boss mafioso, avrei potuto far precedere il mio nome da “Don” e avrei potuto dire cose del tipo: «Baciate le mani» o «Fateli fuori, picciotti!»

   Non è un caso se la mia parola più frequente è “se”. Se questo, se quello… se mio nonno aveva le ruote era un carretto. Questo non lo dico io, lo dice il mio psicologo.

   Ormai con il mio psicologo ho un tale rapporto di confidenza che lui ogni tanto si permette di prendersi gioco di me.

   Il mio psicologo non è uno di quelli che parla, piuttosto è uno di quelli che ascolta. Il più delle volte, però, ho il sospetto che pensi a tutt’altra cosa quando parlo. Mi interrompe solo una volta nei nostri cinquanta minuti, per dire una delle sue massime. Il mio psicologo è più un filosofo che uno psicologo.

   Appena inizio la frase con la parola “se”, lui fa no con l’indice e sbarra gli occhi, così capisco che se suo nonno aveva le ruote era un carretto.

   Il mio psicologo è un bell’uomo, avrà trentotto anni o quaranta, non lo so di preciso. Non lo so, perché ogni volta che gli faccio domande sulla sua vita privata, lui non mi risponde. I suoi capelli sono sempre pettinati al millimetro, balsamo e lacca.   

   Il mio psicologo è molto abbronzato, anzi direi lampadato, e mostra un sorriso smagliante con denti bianchissimi. Potrei riflettermi, nei suoi denti. Mediamente sorride una volta a seduta, cioè appena prima di iniziare, per raccontarmi la vignetta che ha visto sul quotidiano la mattina stessa. Ci manca solo che si veda la lucina bianca che scintilla sull’incisivo e si senta il “plin”.

   Ogni volta che esco dallo studio del mio psicologo, mi chiedo se veramente i miei soldi sono spesi bene. Finisco sempre col pensare che un giorno il mio psicologo mi illuminerà.

    Quando torno a casa chiamo Sandro, l’operatore di “Parla che ti passa”, un numero verde che posso chiamare tutte le volte che mi va di parlare. Questo avviene ogni benedetto giorno. Devo dire a Sandro quello che ho appena detto al mio psicologo, per verificare le differenze.

   Sandro ha una voce impostata, ma profonda e rassicurante. Cerca di darmi un sacco di consigli, anche se lo slogan di “Parla che ti passa” sarebbe: “L’ascolto è il miglior consiglio che possiamo darti”. Quando mi risponde un altro operatore, io chiedo di Sandro. Voglio parlare con Sandro e basta.

   In casa c’è sempre mia madre che ordina e pulisce, ordina e pulisce, ordina e pulisce. Mia madre si alza alle sette del mattino. Alle 7:05 inizia a spolverare le mensole e gli scaffali e alle 7:35 accende l’aspirapolvere; ciò vuol dire sveglia alle 7.35. Mia madre non sgarra mai di un minuto.

   Questo mi andrebbe benissimo se dovessi iniziare a lavorare alle 8:00 o alle 8:30, ma io la mattina non lavoro. Alle 8:15 mia madre dà il cencio. Alle 8:40 circa, stira tutte le mie camicie. Dice che stando dentro l’armadio si raggrinziscono, per effetto di non so quali micro…cosi. Alle 9:00 mia madre ha già finito di fare le pulizie di casa. Purtroppo non è mai soddisfatta, quindi il resto della giornata lo passa a lucidare l’argenteria, a pulire i vetri o a riordinare la dispensa. È colpa di mia madre se mi ritrovo a piegare accuratamente i miei vestiti la sera, prima di andare a letto. C’è chi li appoggia su una sedia e chi li lancia senza neanche guardare dove finiscono. Io li devo ripiegare e, se non sono sporchi, riporre nell’armadio. Se non lo faccio, non riesco a dormire.

   Purtroppo, mia madre è maniacale per quanto riguarda le pulizie di casa, ma alla sua cura personale non dedica neanche un attimo. I capelli sono eternamente ingrifati, le occhiaie sono così lunghe che sconfinano sulle guance, e certi baffetti starebbero bene a D’Artagnan. Il suo abito preferito è il grembiule, abbinato splendidamente con guanti di gomma arancioni e pantofole sfondate sulla punta. 

   Dalle 16:00 alle 20:00 mia madre va a lavorare. Naturalmente lavora per un’impresa di pulizie.

   Mia sorella ha quindici anni. Si veste come Madonna quando cantava Like a vergin. Il trucco, eccessivamente eccessivo, le fa assumere un’espressione tipo “Edward mani di forbice”. Mia sorella canta in un complessino rock. Il complessino si esibisce nella nostra cantina. Gli spettatori siamo io, mia madre e qualche compagno di classe di mia sorella. Immaginatevi la scena. Sono seduto tra mia madre e alcuni tipi che puzzano di sudore e indossano anfibi fangosi e giubbotti di pelle con scritte di pennarello sulla schiena.

   Mia madre si trattiene a stento, perché vorrebbe infilarli per intero nella lavatrice. Vorrebbe lucidare le loro scarpe fangose, vorrebbe cancellare le scritte dai loro giubbotti, vorrebbe eliminare la puzza passando il raschietto sotto le loro ascelle.

   Mia sorella invece vorrebbe dare una megafesta in casa nostra, ma mia madre non lo permette. Probabilmente, quando ci assenteremo per più di due ore, darà la sua megafesta.

   A parte questo, mia sorella sta sempre al computer. Non so cosa diavolo faccia, forse sbircia immagini di uomini nudi o chatta con qualche playboy multimediale. Sta di fatto che non trovo mai il computer libero.

   Il mio cane è un bastardino che ho trovato sette anni fa. È bianco con macchie marroni. Il mio cane ha un problema: fa le puzzette. Ne fa tante, a dire il vero. Ormai siamo abituati, ma se vengono ospiti siamo costretti a spiegare che è il cane la causa di quel cattivo odore. Dubito che ci credano, comunque.

   Mio padre non c’è più. Non è morto, è solo scappato di casa diverso tempo fa. Avevo quattordici anni. Credo che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata l’assunzione da parte di mia madre di un investigatore privato. Non era proprio un investigatore privato, era un ragazzo del quartiere che credeva di essere più insospettabile di una spia del KGB.   

   In fondo non è difficile notare uno con un impermeabile in pieno agosto, che per giunta si china per raccogliere dei baffi finti.

   Mia madre era convinta che lui la tradisse. Questo, chiaramente, non era vero.

   E pensare che mio padre ha sopportato per anni il fatto che la camera venisse sterilizzata col disinfettante prima e dopo aver fatto l’amore. Mi ricordo di aver visto più di una volta mio padre avvolto nel cellophane. Da piccolo credevo che fossero arrivati gli alieni, poi ho capito.

   Oggi sono estremamente ansioso, perché è sabato e il mio psicologo, in via del tutto straordinaria, mi ha invitato a uscire nel pomeriggio per una nuova forma di consulenza all’aperto. Dice che si è preso tutta la giornata libera per me. “Il mio psicologo ci tiene proprio a me”, penso io. “Ma il sabato di solito lavora?”

   Alle 14:30 sono già dal mio psicologo. Lui mi dice che non ha ancora mangiato, per cui mi chiede se possiamo fermarci al chiosco dei panini. Il mio psicologo è molto affamato. Prende un hot-dog e un panino con la porchetta, una lattina di birra e un caffè. Ovviamente pago io, perché mi sembra irrispettoso far pagare lui dopo che si dimostrato così gentile nel concedermi il suo sabato pomeriggio. Non che lui abbia insistito per pagare, però pago volentieri perché ho fiducia nel mio psicologo e sento che quest’incontro all’aperto potrà dare una svolta alla mia condizione.

   Alle 15:00 siamo davanti a un cinema. C’è uno di quei film introspettivi. “Che noia”, penso io. Il mio psicologo invece mi dice di entrare. Non riesco a capire come faremo a parlare al cinema, ma alla fine penso che il mio psicologo abbia in mente qualcosa. Forse ha in serbo qualche sorpresa, forse il film contiene scene che hanno a che fare con me e con la mia situazione.

   Insomma, entriamo e ovviamente pago io, poc-corn compresi.

   Io ci provo a parlare, ma il mio psicologo sembra molto interessato al film e continua a masticare la sua confezione famiglia di poc-corn.  In sala ci siamo io, lui e una coppia.

   L’uomo della coppia sta dormendo, e ci manca poco che io gli faccia compagnia. Il film, come pensavo, è una noia mortale. Avrei preferito di gran lunga guardare un documentario sulle scimmie urlatrici del Belize.

   Alle 17:15 il film è finito, grazie a Dio. Il mio psicologo mi dice che il film era pieno di significati e che io, se solo fossi stato un po’ più attento, avrei potuto rispecchiarmi nel personaggio principale. Ma non era un novantenne paralitico, ex soldato fascista, che rimembrava le sue  vicende amorose con una ballerina tedesca? “Mah, forse davvero non ho seguito bene il film”, penso io.

   Mancano venti minuti alle 18:00 e il mio psicologo mi ha portato al luna park. Sulla ruota panoramica mi dice che posso iniziare a parlare. E io non me lo faccio ripetere due volte.

   Inizio col raccontare che tanto il problema è sempre quello: con le ragazze sono un disastro. Ho ventisette anni e sono single. Ormai sono stufo di dire che sono single per scelta, tanto mi rispondono che la scelta non è certo la mia. Eppure non mi sembra di essere proprio un cesso di ragazzo. Beh, forse non ho il sex appeal di Brad Pitt, però… sono simpatico. Sono proprio le donne a dire che a loro piace uno che le faccia ridere. È così, una volta l’ho sentito da un sondaggio. Eccomi qua, sono un vero buffone.

   La ruota si ferma. Altro giro, altra corsa. Tanto pago io.

   Dico al mio psicologo che nelle situazioni sociali do il peggio di me. Faccio qualche esempio, allora. Alla festa di laurea di una mia amica, il buffet offre dei deliziosi crostini con salsa verde a base di aglio e prezzemolo. Sono i miei preferiti, devo assolutamente mangiarli. È ovvio che il prezzemolo mi si incastri tra dente e dente e rimanga lì, come un koala attaccato al suo eucalipto, per tutta la serata. Me ne accorgo quando sono nel bagno di casa mia per lavarmi i denti, e capisco perché quella con cui parlavo mi fissava la bocca. E io che credevo che le piacessero le mie labbra. Una volta ho sentito un sondaggio che diceva che alle donne piacciono gli uomini con le labbra inumidite. Per cui, quando parlo con una ragazza, passo la maggior parte del tempo a bagnarmi il labbro superiore con la lingua. Dico al mio psicologo che possono capitare degli inconvenienti quando si usa questa procedura. Una mi ha chiesto se avevo un tic, mentre un’altra mi ha detto che non aveva intenzione di fare quelle cose con me. Ma quali cose? Aspetta, almeno…

   In ogni modo, per evitare situazioni di questo genere, adesso mi metto una mano davanti alla bocca, con il gomito del braccio destro appoggiato sull’avambraccio sinistro disposto in posizione orizzontale all’altezza del diaframma. Detto così sembra difficile, pensate se dovessi spiegarvi come avviene la fissione nucleare.

   La ruota si ferma di nuovo. Il mio psicologo dice di andare alle slot machine. Cambio i soldi e prendo i gettoni. Il mio psicologo mi chiede se posso prendergli un frullato alla banana, non troppo denso se possibile. Ovviamente pago io. Vado e torno.

   Il mio psicologo sta bevendo il suo frullato e giocando alla slot machine. Io continuo a raccontare. Altra situazione, altro flop. Entro in un pub e vedo una ragazza seduta su uno sgabello, da sola. Non che sugli sgabelli ci si sieda in più di uno, ma nel senso che questa sta lì senza compagnia.

   Preparo mentalmente il discorso numero sette. Si, perché una volta ho sentito da un sondaggio che il miglior modo per far colpo su una ragazza è quello di avere una strategia precisa. Improvvisare può portarti a dire qualche banalità o qualche stupidaggine. La strategia include un discorso preparato a casa. Dico al mio psicologo che ho circa una dozzina di discorsi in memoria, uno per ogni situazione sociale. La situazione sociale pub prevede il discorso numero sette.

   Dopo circa cinque minuti di mie chiacchiere ininterrotte, in cui la ragazza annuisce ma non dice niente, termino il mio discorsetto. La ragazza mi guarda e mi chiede se ho finito.  

   «Sì», rispondo io.

   «Era un discorso preparato a memoria?» mi chiede lei.

   Penso a quale sia la risposta più giusta da dare, poi dico:      «Ehm… no, non lo era.»

   «Si, certo, come no. Ti saluto», e così mi congeda.

   Questa tattica dei discorsi in effetti non è molto efficace.

   Continuo con gli esempi. Situazione sociale discoteca. Una ragazza sola soletta appoggiata alla colonna. Non è possibile, mi dico. Una donna che non balla. Già, perché una volta ho sentito un sondaggio che diceva che il primo motivo per cui le donne vanno in discoteca è per ballare e divertirsi. È inutile che dica quale sia il motivo per gli uomini…

   «Infatti», dice il mio psicologo.

   “Deve essere proprio interessato al mio discorso”, penso io. Insomma, questa è lì e io mi dirigo verso di lei per presentarmi. In situazioni del genere sembro un rappresentante di moquette o un venditore porta a porta di enciclopedie. Non faccio ricorso a nessuno dei miei discorsi, perché devo solo invitarla a ballare. Lei dice di no, una volta, due volte e anche tre. Quando arriva il suo ragazzo di ritorno dal bagno, capisco perché. Avrei cinque dita stampate sulla faccia se lo speaker non avesse annunciato l’ospite della serata. Ecco a voi, per pochi miseri minuti, la vostra soubrette in crisi di identità, che fa serate in discoteca perché in televisione se la sono già dimenticata. E io ne approfitto per scappare dall’energumeno inferocito.

   Situazione sociale palestra. Dico al mio psicologo che ho sentito da un sondaggio che la prima cosa che preferiscono le ragazze non sono né i fiori né le cene in locali lussuosi, ma i complimenti. Di’ a una donna sovrappeso che è dimagrita, e questa ti guarderà con occhi diversi. Infatti, quando l’ho detto a quella che vedevo sempre sulla cyclette, lei mi ha guardato con occhi diversi. Erano gli occhi rabbiosi di chi ti strapperebbe la pelle coi denti e ti appenderebbe a un gancio. Non so per quale strano motivo, ma si è sentita offesa. Mah, non le capirò mai le donne.

   Il mio psicologo ha finito il suo frullato e i gettoni della slot machine. Mi dice di andare sulle macchinine a scontro. Ovviamente pago io.

   Lui guida, e io seduto accanto che continuo a parlare. La mia voce è interrotta ogni tanto da uno scossone causato dall’urto con un’altra macchinina.

   Oltre a noi, sulla pista ci sono solo adolescenti incazzati e bambini che si divertono coi loro papà.

   Racconto al mio psicologo che il mio migliore amico è gay. Non è la prima volta che glielo racconto.

   Un ragazzino con lo sguardo assassino ci ha appena tamponati.

   Lui mi dice: «Rifletti.»

   “Cavolo, al mio psicologo sto davvero a cuore”, penso io.

   Rifletto, rifletto. Forse è anche per il fatto di avere un amico gay che non riesco a trovare una donna. Però una volta mi ha portato in un locale gay e ho ricevuto un sacco di proposte. Lasciamo perdere…

   Il mio amico gay non è uno di quelli che appena lo vedi puoi dire: «Quello è sicuramente gay.» Appena lo vedi no, ma quando inizia a parlare e a gesticolare sì. Allora puoi dire: «Quello è gay al 100%.» Il mio amico gay gesticola molto.

   Indica, mima, usa le mani per dire qualsiasi cosa. Una volta eravamo in autobus, lui era così impegnato a gesticolare che non si preoccupava di reggersi. Il bus fece una frenata improvvisa e lui volò a terra. Lo ripescai capovolto in cima al bus, accanto alla cabina dell’autista. Un’altra volta eravamo in coda per entrare in un museo. Quel giorno gesticolava più del solito. Colpì con un dito l’occhio di una signora accanto. Per fortuna la signora già non ci vedeva bene da quell’occhio.

   Il mio amico gay ha una voce acuta, stridula e niente affatto virile. Sfido chiunque a dire che non è gay.

   Il mio amico gay si è fatto la depilazione totale, petto e gambe, e ora sta cercando di convincere anche me. È per questo che dico al mio psicologo che l’amica del mio amico gay, quella che fa l’estetista, per iniziare vorrebbe lavorare un po’ sulla mia faccia. Per prima cosa sfoltire le sopracciglia, poi pulizia del viso per i punti neri, infine set di creme per pelli delicate.

   Il mio psicologo sta cercando a tutti i costi di andare addosso al ragazzino di prima. Ha un’espressione spaventosamente furente. Forse è meglio che aspetti che lo colpisca, dopodiché ricomincerò a parlare.

   Ragazzino a ore 11. Non si accorge che ci stiamo fiondando verso di lui. Boom! Lo colpiamo di lato e lui si gira con occhi spiritati verso di noi. Il tempo però è finito. Ah ah, sei fregato bulletto di periferia!

   Il mio psicologo mi dice che desidera fortemente andare nella casa degli orrori. Ovviamente pago io.

   Dico al mio psicologo che sono terribilmente suggestionabile. Ancora mi sogno la faccia della bambina indemoniata del filmL’esorcista.

   Entriamo nella casa degli orrori. Già mi tremano le gambe. 

   Dico al mio psicologo che oltre al mio amico gay ho altri due amici, ma che non ci esco quasi mai perché loro mi inibiscono con le ragazze.

   Ahhhhhh! Credo di aver visto un lupo mannaro. Il mio psicologo se la ride.

   Il fatto è che questi due non hanno proprio argomenti di cui parlare con le ragazze. Uno fa collezione di tappi di bottiglia e studia gli insetti. Chiedetegli come fare a scoprire il sesso degli insetti e lui vi intratterrà per circa mezz’ora. Ragni, scarafaggi, formiche, cervi volanti, lui lo sa.

   Ahhhhhh! Chi era quello? Mi sembrava un vampiro. Il mio psicologo continua a ridere.

   Dico al mio psicologo che l’altro dei miei amici balbetta. Quando parla, o meglio quando dovrebbe parlare, con le ragazze, balbetta ancora di più. E non è finita, perché quando balbetta accompagna la voce con strani tic. Uno: ruotare le spalle in avanti; due: strizzare ripetutamente l’occhio destro; tre: tirare su col naso; quattro: digrignare i denti. Non è il genere di cose che fa colpo su una ragazza.

   Ahhhhhh! Ora basta! Ho visto anche una specie di diavolo. Il mio psicologo si sta sbellicando dalle risate.

   Passo il resto del tempo nella casa degli orrori in silenzio e con gli occhi chiusi.

   Usciamo dalla casa degli orrori. Credo che stanotte mi sognerò i mostri. Il mio psicologo mi chiede se possiamo giocare alle corse dei cavalli. Ovviamente pago io.

   Deve tirare una palla, centrare una delle buche e, a seconda dei punteggi, il suo cavallo si muoverà. Inizia la corsa.

   Mentre lui cerca di far centro, gli racconto che il mio barbiere è veramente fuori di testa. Il mio barbiere è fissato con la foresta. Appena entri ti chiede che albero o fiore vorresti essere. Se sei fortunato ti dà un foglio e una matita e ti permette di disegnare l’albero o il fiore che vuoi.

   Quando vado dal mio barbiere ci sto in media dalle due alle tre ore. Una sforbiciata e una pausa, una sforbiciata e una pausa. Il mio barbiere parla molto. Passa da un argomento all’altro senza la minima logica o connessione.

   L’ultima volta che ci sono andato, ha iniziato parlandomi della teoria della luce corpuscolare, poi è passato a disquisire sulla reincarnazione, e infine ha concluso con il serio problema dell’inquinamento acustico. “Ma è possibile che il mio barbiere legga un sussidiario nel suo tempo libero?” mi chiedo.

   Prima di andare via prova a prestarmi un libro. Tutte le sante volte, gli dico che non lo posso leggere perché al momento sono impegnato nella lettura di un fantastica serie di gialli. Finisce sempre che lui mi presta un libro. Non ci sarebbe niente di male, se solo il libro non parlasse dell’equilibrio tra mente e corpo e di come fare a raggiungere il benessere totale. Il problema poi non è tanto nel leggerlo, anche se è una palla assurda, ma nel sostenere una sorta di interrogazione che subirò quando tornerò a farmi i capelli.   

   Quando esco dalla bottega del mio barbiere, ho veramente bisogno di una birra. Prima che chiuda la porta, però, lui mi saluta dicendomi che mi lascia un raggio di sole o un soffio di vento. Dipende cosa preferisco.

   Il mio psicologo sta vincendo la corsa. È testa a testa con il cavallo numero cinque. «Vai, vai!»

   Il mio psicologo ha mancato la buca decisiva ed è arrivato secondo. Si gira verso l’esultante possessore del cavallo numero cinque, mentre riceve in premio un peluche. Lo guarda così male che lo strozzerebbe.

   Il mio psicologo dice che prima di andare via deve assolutamente vincere qualcosa. Vuole sparare qualche colpo con la carabina. Ovviamente pago io.

   Deve colpire delle lattine e può vincere un pupazzo. Io ricomincio da dove ero rimasto. Dico che oggi non mi va di parlare della mia famiglia, così racconto che ho in programma di portare i bambini del lavoro a fare una gita. L’ultima volta che li ho portati fuori, siamo andati al centro commerciale. Il risultato è stato l’apocalisse. Alcuni si divertivano a far suonare gli allarmi, altri salivano sulle scale mobili dalla parte sbagliata sfrecciando sotto le gambe della gente, altri ancora riuscivano a convincere i passanti di essere bambini poveri e a farsi dare qualche spicciolo.

   Il mio psicologo è bravo a sparare. “Non sarà mica un serial killer”, penso io. “Uno di quei cecchini che ce l’hanno con il mondo”.

   Il mio psicologo ha vinto un pupazzone enorme, credo sia uno di quei pokemon. Lo guarda con aria soddisfatta e sorride. Mi dice che non si può venire al luna park senza mangiare lo zucchero filato. Allora andiamo a prendere lo zucchero filato, e ovviamente pago io. Mi dice che ora possiamo andare. Il mio psicologo abbraccia da una parte un gigantesco pupazzo pokemon e nell’altra mano regge lo zucchero filato. Un pezzetto di zucchero gli è rimasto attaccato al naso. È un’immagine davvero pittoresca.

   Mancano pochi minuti alle 19:30 e accompagno il mio psicologo davanti alla porta del suo studio. “Che stacanovista”, penso io. A quest’ora, il sabato sera, pensa ancora al lavoro. È proprio una fortuna che sia il mio psicologo. Ci salutiamo e ci diamo appuntamento a lunedì.

   Mentre torno a casa rifletto sugli apprendimenti di questa meravigliosa giornata. Certo, dei miei cinquanta euro rimangono pochi spiccioli, ma cosa sono i soldi in confronto alla felicita?

   E poi lo dicono anche i sondaggi che la gente preferirebbe essere povera ma felice, anziché ricca ma perennemente triste.

   Io credo nei sondaggi. Se mi intervistassero sarei un campione decisamente rappresentativo. Potrebbero chiedermi cosa ne penso delle vacanze intelligenti, oppure del divieto di fumo nei locali pubblici, o del metodo per risolvere il problema della violenza negli stadi. È una vita che aspetto di essere intervistato.

   Appena entro in casa, il mio cane mi dà il benvenuto, a modo suo. Quando è felice fa ancora più puzzette.

   Mia sorella non c’è, perché è uscita con uno del complessino, uno che assomiglia a Marilyn Manson.

   Mia madre deve ancora rientrare. È il momento giusto per chiamare Sandro e raccontargli la mia giornata.

   Sandro non è di turno. Allora chiamo il mio amico gay, ma lui mi dice che non può parlare perché sta seguendo un corso full immersion sulla riflessologia plantare. “Un’altra di quelle robe da intellettuali”, penso io.

   Sono solo sul divano di casa mia il sabato sera e non so cosa fare. Non ho neanche fame; è come se per osmosi avessi ingerito tutto quello che ha mangiato il mio psicologo.

   Mi viene da pensare che se fossi stato più… ma immediatamente mi compare davanti il mio psicologo che mi dice: «Se mio nonno aveva le ruote era un carretto.»

   Devo portare fuori il mio cane. Quando si rotola così per terra non è perché ha delle crisi convulsive, ma perché deve fare i suoi bisognini. Andiamo al parco e vedo in lontananza quel testone con gli occhiali, uno che faceva le scuole superiori con me. Non mi ricordo neanche più come si chiama, mi ricordo solo il suo soprannome: Mongolfiera. Ogni tanto lo incontro al parco e tutte le volte cerco di evitarlo. Cerco di passare largo, ma noto che lui mi ha già individuato con quel testone radar. Mi parla per mezz’ora dei suoi studi in medicina. Mentre lui parla, non riesco a non fissare il suo capoccione. Sono come ipnotizzato.

    Quando mi risveglio dalla trance, guardo l’orologio e dico che devo andare perché non mi posso perdere lo show televisivo del sabato sera. Capirai, una scusa peggiore non la potevo trovare.

   Di ritorno dal parco, cerco di allungare un po’ la strada passando davanti allo studio del mio psicologo, così, solo per vedere se ha ancora la luce accesa.

   Il mio psicologo ci tiene proprio al suo lavoro. È ancora lì. 

   Proprio mentre sono lì sotto, lui apre la finestra per chiudere le persiane. Sbaglio o il mio psicologo indossava un pigiama? Forse ho visto male, o forse il mio psicologo dorme nel suo studio. Penso che probabilmente dorme lì, cosi all’indomani sarà già pronto per rimettersi al lavoro. Peccato che domani sia domenica. Il mio psicologo è davvero un lavoratore instancabile.

   Vado verso casa e mi fermo a prendere un pezzo di pizza al taglio, ma sono costretto a darne metà al mio cane perché a salti arriva fino al mio mento e rischia di staccarmelo a morsi.

   Entro in casa e trovo mia madre che lava i piatti. “Ma i piatti non erano puliti?” mi chiedo io. Che strano modo di passare il tempo, quello di mia madre. Entro in camera e ho bisogno di una buona dose di rock. Mi sparo in cuffia Hound dog  di Elvis Presley e Roll over Beethoven di Chuck Berry. Sono in piedi sul letto e sto simulando la chitarra con le mani. In quel momento entra mia sorella e come al solito faccio la figura del deficiente. Le chiedo com’è andata con Marilyn Manson e lei risponde: «Benone, perché lui è davvero un romanticone.» Mia sorella parla con le rime e il suo amico Marilyn Manson è un romanticone. Meglio stendere un velo pietoso.

   Sono appena le dieci di sera. Di lì a un’oretta dormirò già, con le cuffie ancora sulle orecchie. Domani è domenica, e io odio la domenica. C’è di buono, però, che almeno la domenica mia madre decide di riposarsi e non mette in funzione quella macchina infernale. Lo fa perché deve andare alla messa. Mia madre è l’unica che segue tre messe nella stessa mattina, in tre chiese diverse. Una alle 8:00, una alle 9:00 e una alle 10:00. Non le ho mai chiesto perché lo fa. In più mia madre ha cercato di convincermi a frequentare un gruppo composto da parrocchiani, che si ritrova tutte le domeniche pomeriggio. La chiamano associazione culturale, ma passano il tempo a interrogarsi sul perché e sul come delle loro azioni. Quando sono lì è come se non ci fossi. Non sono mai intervenuto una volta e se anche lo facessi porrei domande stupide, del tipo: «Perché nel villaggio dei puffi c’è solo una puffetta?» oppure «Perché il mio piede destro è più grande di quello sinistro?»

   Credo proprio che domani diserterò il gruppo.

   Quando mi sveglio sono le 10:30. Ho dormito bene, perché quelli di sopra non hanno spostato mobili stanotte. Comunque mi sveglio con un pensiero fisso: devo assolutamente verificare se il mio psicologo dorme nel suo studio o se è veramente un lavoratore indefesso. Inoltre ho sognato che il mio psicologo faceva strani esperimenti notturni nel suo studio: code di rospo, ali di pipistrello, roba del genere.

   Non faccio neanche colazione. Mi vesto praticamente a caso e corro via con il mio cane che salta cercando di mordermi le chiappe.

   Nel giro di dieci minuti sono già davanti allo studio del mio psicologo. Le persiane sono aperte. Per fortuna anche il portone d’ingresso è aperto, perché una signora sta pulendo l’atrio. 

   Salgo su e suono il campanello. Il mio psicologo viene ad aprirmi ed è sorpreso di vedermi. È vestito come se avesse un appuntamento con un paziente. E infatti guardo dentro e scorgo un signore paffutello e spelacchiato sulla cinquantina, che mi dice «Salve» con una voce impostata che mi sembra di conoscere.

   Allora, facciamo ordine. Faccio la prima domanda al mio psicologo: «Ma lei lavora anche la domenica?»

   «Sì, purtroppo sì», mi risponde lui.

   Seconda domanda: «Ma lei dorme qui?»

   «Sì, purtroppo sì», mi risponde di nuovo lui.

   Il mio psicologo scoppia a piangere. Il mio primo istinto è quello di abbracciarlo. Lui si avviluppa come una piovra e piange come in una sceneggiata napoletana. Il mio psicologo dice che ha solo due pazienti, ovvero me e il signore paffuto. Poi aggiunge che ha infranto tutte le regole dell’etica professionale, che non ha una vera casa e che non ha un euro sul conto in banca perché spende quei pochi soldi che guadagna in lampade e pulizie dei denti. Adesso ho capito perché il mio psicologo ha un sorriso così luccicante.

   Il mio psicologo sta peggio di me.

   «Posso fare qualcosa?» chiede il signore paffuto.

   Io gli chiedo se si chiama Sandro, perché quella voce mi sembra proprio la sua. Lui mi risponde che non si chiama Sandro, ma io insisto. Insisto a tal punto che lui è costretto a tirar fuori la carta d’identità. 

   Effettivamente non si chiama Sandro. Intanto il mio psicologo si sta asciugando le lacrime con la mia camicia.

   Allora io dico: «L’ascolto è il miglior consiglio che possiamo darti.» Così anche il signore paffuto scoppia a piangere.

   Sono in una stanza con il mio psicologo e Sandro, che poi non si chiama Sandro, e tutti e due mi stringono piangendo.

   Io gli dico di uscire fuori, magari un po’ d’aria gli farà bene.

   Sono seduto su una panchina del parco insieme a Sandro e al mio psicologo. Il mio psicologo dice che se fosse stato un bravo psicologo adesso non si troverebbe in queste condizioni.

   «Ehi, ehi, ehi! Si ricorda? Non è proprio lei che mi ha detto: Se mio nonno aveva le ruote era un carretto?»  dico io.

   Lui mi risponde che solo un pazzo ascolterebbe una sciocchezza del genere. Inizio a pensare che il mio psicologo non sia davvero un bravo psicologo.

   La disperazione porta le persone a fare gesti sconsiderati. Io ho portato a pranzo a casa mia il mio psicologo e Sandro. Mia madre è esaltata dall’idea di avere ospiti e inizia a scongelare cibi risalenti a non so quale epoca. Mia sorella invece manda sguardi languidi al mio psicologo e gli rivolge domande allusive circa cosa ne pensi delle minorenni.

   Mia sorella ci sta provando con il mio psicologo.

   Il boccone mi si incastra in gola.

   Il mio cane fa le puzzette, perché è felice di vedere persone nuove.

   Sandro sarà pure affranto, ma mangia come uno che è appena tornato da un’isola deserta dopo il naufragio. Tra un boccone e l’altro, Sandro riempie di complimenti mia madre.

   Sandro ci sta provando con mia madre. 

   L’acqua mi va di traverso.

   Desidero che questo pranzo finisca al più presto.

   Dopo il pranzo, mi sembra che non sia proprio il caso di rimanere a guardare i consueti programmi domenicali. Mia madre però insiste per farci rimanere, e allora finiamo tutti sul divano a guardare la tv.

   Sono sul divano di casa mia la domenica pomeriggio, con Sandro che dorme poggiando la testa sulla mia spalla, mia sorella che continua a rivolgere strane domande al mio psicologo, il mio cane che per fortuna ha smesso di fare puzzette, e mia madre che lava i piatti per la terza volta consecutiva.

   Ora che ci penso bene, mia madre fa tutte le cose per tre volte.

   Arriva anche il mio amico gay. Gli dico di fare piano sennò sveglia Sandro, quel Sandro, che poi in realtà non si chiama Sandro. Gli presento il mio psicologo. Scommetto che anche lui ha una lista di domande da fargli.

   Se ieri mi avessero detto che oggi mi sarei trovato in casa con la mia famiglia, il mio psicologo, Sandro e il mio amico gay, avrei stentato a crederci. D’altronde, se mio nonno aveva le ruote era un carretto. 

 

   Il mio psicologo è rimasto a dormire da noi. A dire la verità, è più di un mese che il mio psicologo dorme da noi. E  mia sorella continua a provarci.

   Il mio psicologo dice che vuol cambiare lavoro.

   Su questo sono d’accordo con il mio psicologo. Anche io voglio cambiare lavoro, e adesso è possibile. Sentite questa.

   Circa due settimane fa, suonano al campanello. “Il postino, niente di importante”, penso io. E invece mi consegna una lettera.

   Non è una bolletta, è proprio una lettera. Non ne ricevevo una da quando la mia corrispondente russa ha smesso di scrivermi. Insomma, apro questa lettera e indovinate un po’ chi è? No, non indovinereste mai. È mio padre. Leggendola, sembro un idiota, perché dialogo con la lettera come se lui fosse lì, rispondendo a frasi del tipo: «Ciao, come stai?» o «Potrai mai perdonarmi per essermene andato?».

   A parte il fatto che non ricevevo notizie da mio padre da tredici anni, non è tanto la lettera di per sé che mi ha sconvolto, quanto il suo contenuto.

   Mio padre dice di essere passato da casa nostra circa due anni fa. Ecco com’è andata. Lui arriva e non ci trova in casa. Trova solo una ragazzina, mia sorella, nonché sua figlia. L’ultima volta che l’aveva vista, era una bambina di due anni. Dice a lei di essere un amico di mia madre, poi aggiunge che a quel punto può anche non riferirle niente circa la sua visita. Lascia solo il suo indirizzo di posta elettronica a mia sorella, così, per avere qualche notizia sulla sua vecchia amica. Ho capito perché mia sorella sta sempre al computer. 

   Ma il bello della lettera deve ancora venire.

   Mio padre dice che per tutti questi anni ha vissuto in Giappone. L’anno scorso, raccogliendo le e-mail di mia sorella, ha scritto un libro che ha avuto un enorme successo.

   Il libro racconta di una famiglia strampalata, nella quale la mamma è una ossessionata dalla pulizia, il figlio maggiore passa la maggior parte del suo tempo da uno psicologo o a simulare di suonare la chitarra dimenandosi sul letto, la figlia fa cose strane solo per richiamare l’attenzione, e il cane fa le puzzette. È stato il successo editoriale dello scorso anno in Giappone. “Poi si sa, ai giapponesi basta poco per ridere”, penso io.

   Non è ancora finita, ora viene il pezzo forte. Mio padre dice che ci ha aperto un conto in banca e che c’ha depositato una somma con sei cifre. Quando l’ho letto, sono svenuto. Mia madre mi ha trovato sdraiato a terra, con un sorriso ebete stampato sulla faccia e la lettera stretta in mano. Naturalmente, quando l’ho detto a mia madre, è svenuta anche lei. Almeno per mezz’ora ha smesso di fare le pulizie.

   Mia sorella non è svenuta, ma un minuto dopo la notizia era già al telefono per invitare i suoi amici alla festa del secolo.

   Il mio cane non ha mai fatto così tante puzzette. Forse non ci aveva mai visti così felici.

   E poi c’è il mio psicologo, che è montato sul tavolo e ha iniziato a fare salti fino al soffitto.

   Dopo ho chiamato Sandro e il mio amico gay, e li ho invitati alla megafesta di mia sorella.

   Tra poco dovremo trovare un’abitazione anche per Sandro, perché il mono-monolocale che ha in affitto nel seminterrato umido e fetido di un palazzo fatiscente lo fa andare in depressione. Sarà pure depresso Sandro, però ha fatto fuori due terzi del buffet.

   Il mio amico gay si è sbronzato e ha cominciato a dire poesie con un paio di mutande di mia madre in testa. Non so dove li avesse trovati quei mutandoni color salmone, però mia madre non se n’è accorta perché nel frattempo aveva già ripreso a fare le pulizie, camminando per casa con una spugna in mano, in attesa di qualcuno che rovesciasse la sua bibita.

   Mia sorella sembrava una vera rockstar in concerto, compreso il momento in cui la folla festante si passa il tanto amato artista. Mia sorella ha passato quasi tutta la serata sopra le nostre teste.

   Il mio psicologo invece si è seduto tutta la sera al tavolino a fare conti circa i possibili investimenti, tanto i soldi sono i miei. 

   Tutto questo è avvenuto tra l’inconfondibile eau de toilette del mio cane, felice più che mai.

 

   Siamo seduti su una panchina del parco. Io, il mio psicologo, Sandro e il mio amico gay. Stiamo facendo progetti per investire i miei soldi. Il mio psicologo non fa più lo psicologo, o forse non l’ha mai fatto veramente. Anche Sandro, che poi non si chiama Sandro ma ormai lo è, ha lasciato il suo lavoro come operatore di “Parla che ti passa”.  Dice che non si sentiva tagliato per ascoltare i problemi degli altri. Il mio amico gay non ha mai lavorato, in più ha speso gran parte dei soldi risparmiati per lui dai suoi genitori in corsi che non gli serviranno mai a niente.

   Corso di dizione: 480 euro.

   Corso di lettura veloce: 670 euro.

   Corso di Origami: 500 euro.

   Corso di restauro per mobili antichi: 800 euro.

   Corso di arti tipiche africane: 320 euro.

   Io non ho ancora lasciato il mio lavoro, perché in fondo ci sono affezionato a quelle piccole bestioline. I miei gioielli di famiglia stanno per cadere a terra, ma ci sono affezionato.

   Stiamo pensando di mettere su un ristorante. L’idea è venuta a Sandro. Abbiamo scoperto che la seconda cosa che gli riesce meglio, dopo mangiare, è cucinare. Sandro quindi sarebbe il nostro cuoco. Oh, sta pure andando alle scuole serali per prendersi il titolo. Il mio amico gay si occuperebbe del catering. Ovviamente non muoverebbe un dito, ma sarebbe bravissimo a dire agli altri di farlo. Il mio psicologo infine curerebbe la parte amministrativa. Il nome del ristorante è da decidere, anche se “Da Sandro” ci sembra il più ovvio e il più azzeccato. Tutti in fila per fare i complimenti a Sandro, il padrone del locale. Ma chi è questo Sandro? Qui non ci lavora nessun Sandro. Sì, credo che potrebbe funzionare.

   Neanche il più improbabile dei “se” mi avrebbe fatto pensare che un giorno mi sarei seduto su una panchina con il mio psicologo, Sandro l’operatore di “Parla che ti passa”, e il mio amico gay a parlare di un ristorante.

   Certo, se mio nonno aveva le ruote era un carretto, e se io avessi pensato a tutto questo, allora, avrei potuto dire di avere una fervida immaginazione.

   Ci vediamo al ristorante.

 

 

 

*Menzione speciale al premio Troisi 2005 (sezione scrittura comica)

 

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